3 settembre 2006

Largo ai giovani per cambiare l’Isola

Figlio d’arte, in politica, con un valore aggiunto tutto suo, frutto dello studio e della ricerca. Trentacinque anni, avvocato, specializzato in Diritto dell’Unione Europea, Marco Meloni (Margherita) è subentrato in Consiglio a Paolo Fadda (eletto alla Camera) che, negli anni ’80, lasciò al padre, Igino, la presidenza dell’Asl 20.
Un caso, niente più, ma che aiuta a capire formazione e continuità del giovane ricercatore dell’Arel, l’agenzia di ricerche fondata a Roma da Nino Andreatta e oggi diretta da Enrico Letta. Marco Meloni fa parte di quella élite del centrosinistra che si ritrova nell’ex centrale di Dro per confrontarsi sulle strategie del domani. Da qui il nome ”veDro L’Italia al futuro”. Ammessi solo gli under 45 capaci di pensare.

Palestra dove scaldare i muscoli della classe dirigente in stand by?
«VeDrò nasce come rete generazionale fatta da persone tendenzialmente nate negli anni ’60 e ’70, quindi sotto i quarantacinque anni. Scaturisce dall’esigenza di creare un luogo di dibattito, di confronto e di elaborazione adeguati ai tempi d’oggi. Le esperienze analoghe risalgono agli anni ’70, su iniziativa dei quarantenni di allora ma funzionano con strumenti e regole elaborati da ottantenni di oggi».

Banalizzando, banalizzando lo slogan è: la speranza è nei giovani.
«Noi diciamo che i giovani esistono fanno molte cose importanti, tra noi ce ne sono parecchi con ruolo significativi significativi nell’università, nell’arte, nell’imprenditoria, nella politica. È però saltato il meccanismo che consentiva l’immissione nei luoghi di rappresentanza in un’età ragionevole. La selezione non è più assicurata dai partiti, dai sindacati e in tutti i settori non si riesce a far sì che i giovani, oltre che bravi, siano anche capaci di rappresentare istanze».

La qualità è un fatto anagrafico?
«No, però pensiamo che il fatto anagrafico, cioè l’essere sotto i cinquant’anni non sia un grave difetto, come in Italia sembra normale».

Viceversa, oltre il mezzo secolo si consolidano certezze stereotipate, si perde creatività e capacita di innovare?
«Certamente, nel nostro Paese c’è un problema di prevalenza gerontocratica della gestione pubblica: sino ai cinquanta si è troppo giovani,
sotto i sessanta si è alle prime armi e verso i settanta si diventa adulti. Questa è un’anomalia accentuata dal fatto che, per la prima volta, la generazione dei trenta-quarantenni, ha maggiori competenze e maggiori conoscenze in campi fondamentali».

Oggi scalpitate perché siete un movimento, sicuri di tenere il passo quando sarete istituzione, cioè quando il potere sarà nelle vostre mani?
«Faccio un esempio sardo. Qualche anno fa, il centrosinistra creò nell’Isola Innova. Noi promotori eravamo totalmente al di fuori dei circuiti decisionali. C’erano il segretario regionale dei Ds, Giulio Calvisi, Francesco Sanna, oggi consigliere regionale. Voglio dire che ci sentiamo in grado di essere anche classe dirigente ma ci sentiamo messi eternamente in lista d’attesa, quasi condannati a una infinita formazione. A quarant’anni, invece, l’esperienza è stata a fatta ed è tempo di metterla a frutto».

Da quel che dice e da quel che si dice, lei ha una buona testa. Nella strada verso il successo, però, quanto hanno pesato amicizie, entrature e voti di papà Igino?
«Ha pesato nel mio Dna, nel senso che ho seguito le prime elezioni quando avevo sette anni. Sono cresciuto dentro la politica e, quasi ovvio, ho finito col dedicarle gran parte del mio interesse. Mio padre mi ha dato la possibilità di incontrare e conoscere tante persone, il che ha significato ricevere stimoli significativi. Credo, tuttavia, che chi mi ha votato lo fatto perché mi ha conosciuto e apprezzato, non solo perché figlio di mio padre».

Lei è consigliere regionale. La continuità tra pensiero e azione come si manifesta e quali tracce lascerà negli atti consiliari.
«Nel lavoro all’Arel ho imparato come i frutti migliori del dibattito possono trasformarsi in atti politico-parlamentari, cioè in leggi e altri provvedimenti. Vorrei quindi provare a fare quello che ho imparato. Non so cosa lascerò, posso solo dire quello che ho in mente. Mi occuperò delle cose che conosco. Ho studiato diritto dell’Unione Europea e la mia formazione è lì. Ritengo che la Sardegna ha bisogno di
capire qual è il suo ruolo dentro un sistema istituzionale multilivello, che impone di relazionarsi con lo Stato e l’Ue. Non siamo più solo una regione di uno stato ma un pezzo di un sistema più complesso. Questo impone di adeguare lo Statuto. Bisogna poi saper conservare, con la nuova legge elettorale, quel che ci è stato regalato dall’esterno con una legge nazionale: la governabilità».

Eppure si avverte qualche nostalgia del vecchio sistema.
«È fondamentale riuscire a conservare la capacità di essere una democrazia decidente e governante. Io ho paura di quello che accadrà, perciò dico nettamente già da ora qual è la mia posizione».

Nel giorno per giorno?
«A breve saremo in gara per ottenere la gestione dei Fondi europei per il Mediterraneo: è una grandissima sfida e noi dobbiamo essere capaci di vincerla. Si vedrà nelle prossime settimane. Altro impegno lo porrò nelle iniziative per riuscire ad attrarre intelligenze, per creare nell’Isola un centro di alti studi non solo per le discipline scientifiche, che già esiste. Condivido l’attenzione per l’ambiente e ritengo che altrettanta ne vada rivolta ai grandi centri urbani».

Un giudizio sulla politica sarda.
«Vedo una situazione sbloccata, finalmente libera da convergenze al ribasso che impedivano svolte importanti. Resta comunque la  preoccupazione del riuscire a consolidare i risultati ottenuti».

Vizi e virtù della Giunta di centro sinistra.
«Sono un uomo della maggioranza e tendo a evidenziare le note positive. Dopo tanti anni, grazie al fatto di avere un governo forte, si sta provando a fare riforme di sistema. Dopo lo choc è necessario creare il consenso su quel che si fa. Dobbiamo convincere anche le classi dirigenti sarde a sostenere il cambiamento e a non fare resistenza. Indispensabile, poi, essere capaci di produrre provvedimenti che siano qualitativamente all’altezza delle necessità, migliorando la nostra qualità burocratica e amministrativa. Quanto ai vizi, sono fazioso e quindi non li vedo».

Cosa pensa di Renato Soru, ovviamente nel suo ruolo di Governatore.
«Innanzitutto è positivo che una persona come lui si sia spesa nella politica e nella sfida di governo. Sta cercando di risolvere alcuni nodi
strutturali e fondamentali. Non è pigro e non fa impigrire. È uno stimolo positivo».

Un aspetto negativo?

«Non è un politico e nel muoversi nelle istituzioni deve fare i conti con una realtà che talvolta è più complessa di quel che lui vorrebbe».