22 marzo 2009

Soru: “Le istituzioni non sono un taxi”

Uno entra in casa Soru, una casa museo che Aldo Rossi sembra avergli cucito addosso enfatizzando alla perfezione il dolente razionalismo del suo carattere, e subito si trova a tu per tu con l’inquietante Figura femminile di Costantino Nivola, il più grande sculture sardo («Se n’è andato presto in America, ma ogni anno tornava nella sua terra», dice di lui il fondatore di Tiscali quasi a diradare il sospetto che qualcuno possa disconoscere la sarditudine), e resta un po’ basito di vedersela lì invece che a illustrare la biografia del maestro, dove la trovano i patiti di Wikipedia. Si aspetta che Soru rientri dopo aver ascoltato il discorso programmatico di Ugo Cappellacci, colui che lo ha sostituito alla guida della Regione, ancora più dolente e intristito del solito, quasi come la luce che entra diafana dalla vetrata in un giorno che sembra non aver ancora scelto tra la pioggia e il sole. Oltre la vetrata c’è il mare, l’ampio specchio d’acqua che fa da ingresso alla città. Al di qua ora c’è lui, Renato Soru, nato 52 anni fa a Sanluri, Comune famoso per la dedizione al lavoro dei suoi abitanti e il pane civraxiu, pronto a farsi intervistare per la prima volta dopo aver perso la poltrona di governatore.

Giovedì ha debuttato come consigliere dell’opposizione. Com’è andata?
Certo governare è più gratificante, però va bene anche fare un’esperienza dall’altra parte.

Il potere logora chi non ce l’ha. Quanto pensa di resistere?
La voglia è grande almeno quanto l’impegno che ho preso con chi mi ha eletto. In compenso stare all’opposizione le consente di ricominciare con Tiscali. Da venerdì è di nuovo consigliere.

Ma è tornato per voglia o necessità?
Per senso del dovere e anche necessità. Non lo avrei fatto se la situazione dell’azienda non fosse stata così difficile. Credo di poter dare una mano a superare le difficoltà del momento.

Da quanto manca?
Manco dal 2004, cinque anni.

E si sarebbe mai immaginato di ritrovarla così malmessa?
Francamente no. Tiscali è sopravvissuta allo sgonfiamento della bolla internettiana e all’11 settembre, e nel panorama europeo delle nuove aziende di settore era innovativa e con una solida presenza sul mercato. Aveva il maggior numero di utenti, un margine operativo positivo, e soprattutto non aveva i debiti di oggi. Ma ha ancora importanti asset.

In tutto questo tempo non ci ha mai buttato un occhio?
Avevo promesso di dedicarmi a tempo pieno all’amministrazione pubblica, e l’ho fatto sacrificando anche il mio ruolo di azionista. Magari avrei dovuto vendere allora.

Almeno ne è valsa la pena?
Credo di sì. In Regione ho risanato i conti, dimezzato i debiti, e negli ultimi due anni chiuso i bilanci in pareggio. Non a caso la nostra sanità è l’unica del Centro-Sud che non è stata di fatto commissariata. Abbiamo risanato i conti del trasporto pubblico locale, investito nella solidarietà verso i più deboli e nella scuola.

Non abbastanza per impedirle di perdere le elezioni. I sardi non l’hanno capita o è lei che non è stato convincente?
Il rigore dei bilanci comporta inevitabilmente una perdita di consenso. Ricordo i mugugni quando feci bloccare l’ennesimo provvedimento che promuoveva indiscriminatamente tutto il personale della Regione. Non contava il merito, ma solo l’anzianità. Pensi che per la prima volta in sessant’anni abbiamo fatto dei concorsi pubblici per assumere i dirigenti dall’esterno, e contemporaneamente abbiamo ridotto il personale dei 12 assessorati di circa il 30 per cento.

Brunetta sarebbe contentissimo…
Forse, ma così non ti fai certo degli amici. Negli anni precedenti la Regione era un grande elemosiniere, dava soldi a tutti, persino ai sindacati di cui era uno dei più importanti finanziatori. Un milione di euro a Cisl e Uil.

Niente alla Cgil?
No, la Cgil ci aveva rinunciato di suo.

Sul continente si chiama clientelismo.
Direi consociativismo. Le entrate della Regione erano appena inferiori alle spese obbligatorie, non c’era un euro per fare qualsivoglia nuova iniziativa. Non si vincono le elezioni puntando sul rigore. Il tema non è seducente, specie in tempi di spesa pubblica espansiva. Abbiamo tagliato le spese e cercato nuove entrate, ne avevamo bisogno. C’era un’industria turistica fatta in gran parte di seconde case, spesso affittate in nero, che non portava entrate in termini di gettito fiscale.

Oggi la ritirerebbe fuori la storia della tassa sul lusso?
Molte di quelle polemiche dipesero dal fatto che il Corriere della Sera la definì così. E da allora io sono l’emblema della tassa sul lusso.

E fu così suo malgrado.
In un’Italia che si proclama sempre più federalista, sostenere a livello regionale che chi usufruisce del patrimonio ambientale della fascia costiera debba pagare qualcosa mi sembrava sacrosanto. O secondo lei era accettabile che una casa di 100 metri quadrati sul mare pagasse meno imposte di quanto costa una bottiglia di champagne in una discoteca di Porto Cervo, consumando un bene ambientale scarso?

Se non ricordo male Berlusconi ha pagato.
Ed è stato rimborsato quando la Corte costituzionale decise che la tassa, così com’era stata disegnata, non andava bene perché non applicata ai residenti. In realtà penso sia più facile conquistare il consenso sciupando denaro pubblico che non risparmiandolo. È difficile accettare una penalizzazione personale, anche piccola, in cambio di una grande opportunità per tutti sul lungo termine.

Suvvia, non si abbatta. In fondo ha perso contro Berlusconi. In Italia solo Prodi è riuscito a batterlo.
Io non ho perso contro Berlusconi, ma contro le sue televisioni, contro la Rai di Berlusconi, contro i giornali di Berlusconi, contro il presidente del Consiglio che ha fatto la campagna elettorale con le risorse che il ruolo gli assegnava e con una totale discrezionalità.

Lei aveva dalla sua la Nuova Sardegna.
Non mi risulta. Mi sembra che abbia svolto in maniera equilibrata il suo lavoro. Certamente in cinque anni qualche volta mi ha intervistato, diversamente dall’Unione Sarda che non lo ha mai fatto.

Chi perde ha torto.
Solo se ci si è battuti con l’avversario ad armi pari e dentro le regole.

Nel 2004 Francesco Cossiga la salutò come un nuovo Agnelli. In quest’ultima campagna elettorale l’ha definita come speculare a Berlusconi, espressione dello stesso gusto e della stessa casta.

Della mia storia imprenditoriale Cossiga ha spesso parlato bene, mi riferì anche alcuni commenti positivi del suo amico Cuccia. Per queste elezioni aveva dichiarato che avrei vinto io. Non ricordo mi avesse omologato a Berlusconi. Ha detto solo che gli davo del tu, cosa non vera.

C’è una sua biografia, Il quinto moro, che ha un sottotitolo ammiccante: «Soru e il sorismo». Il suo personaggio contempla già degli epigoni?
Il libro è stato scritto senza parlare con me. “Sorismo” è anche un termine infelice, cacofonico. Penso si riferisca a un’idea di Sardegna che abbiamo portato avanti in questi anni e a una discontinuità nel gestire la politica di questa Regione.

Nel popolo dei blog lei è un personaggio che suscita stati d’animo ferocemente contrapposti: la amano o la odiano.

Vero, e non saprei spiegare perché. Ho cercato di applicare le regole di buon governo, e a molti non sarà piaciuto.

C’è un blog in particolare, si chiama www.peggiosoru.it, che le rovescia addosso grandinate di accuse.
Per esempio?

Per esempio che nel mentre vara la legge salva-coste consente a Tom Barrack di cementificare Caprera.
È un’evidente bugia: Barrack non ha investimenti a Caprera, e non gli abbiamo consentito nulla. A Caprera c’è solo la riqualificazione di un vecchio villaggio del Club Mediterranée che si ridimensiona e migliora il contesto ambientale. E con questa pratica Barrack non c’entra nulla.

Per esempio che a Cagliari sulle energie rinnovabili avrebbe smaccatamente favorito Sorgenia, quindi De Benedetti.
Non ho favorito nessuno. In Sardegna con Carlo Rubbia si sono portate avanti ricerche nel campo del solare termodinamico. Quando se ne parlò ai tempi del Governo Prodi, il ministero dell’Ambiente promosse la convenzione con quattro Regioni, compresa la nostra. Sorgenia ha presentato un progetto e abbiamo dato parere favorevole. Ma l’abbiamo fatto con Enel, E.on, Endesa e tanti altri.

Dicono che nella sua sconfitta c’entri anche una ferrea alleanza tra Berlusconi e la Curia.
Lo stretto legame tra Berlusconi e una parte importante della Curia è lampante. Era proprio qui con il Papa davanti alla Chiesa della Bonaria (giusto di fronte a casa sua, ndr) quando è iniziata la campagna elettorale.

Berlusconi non era qui solo per il Papa, viene ogni fine settimana e tutte le vacanze. Dopo Arcore, la Sardegna è la sua seconda terra…
Lui va a Villa Certosa, che è altra cosa rispetto alla Sardegna. Io in giro per l’isola o in Regione non l’ho mai incontrato.

Il Cavaliere dice che lei è torvo.
Perché non ho sempre il sorriso stampato in faccia e non racconto barzellette?

Quando Berlusconi le ha detto che è un fallito, qualche suo collega industriale le ha telefonato per dissociarsi?

Neanche uno. Ma quella fu l’escalation di una campagna elettorale combattuta senza esclusione di colpi. Non potendomi attaccare sul bilancio della Regione, ha scelto l’insulto personale.

Oggettivamente la situazione di Tiscali gliene offriva il destro.
Forse. Ma uno che ha la più alta responsabilità di governo non si rende conto che dicendo così si mettono in difficoltà le aziende? Lo sa che in quei giorni il call center di Tiscali fu intasato da telefonate di persone che volevano disdire l’abbonamento e che abbiamo dovuto rassicurare? Invece io resto orgoglioso del fatto che, in un’Italia all’epoca in ritardo rispetto alla diffusione di internet, una piccola azienda della Sardegna lo abbia lanciato gratuitamente con un modello di business profittevole, contribuendo in maniera importante alla sua diffusione.

In effetti l’internet italiano è made in Sardegna. L’antesignano era Video on Line di Nichi Grauso. Si faceva un numero, il modem cominciava a gracchiare, e c’era il tempo di farsi un caffè in attesa che comparisse faticosamente l’home page.
È sardo perché al Cern di Ginevra dove fu presentato internet c’era Rubbia, che poi venne a fare il presidente di un centro di ricerca qui a Cagliari. Fu lui a suggerirci d’investire in due direttrici: la simulazione matematica e il web. La prima web mail pensata per essere spedita da un utente è stata fatta in Sardegna con Video on Line da un giovane che adesso lavora a Tiscali.

Però, dopo la sconfitta ha confidato ai suoi che internet non bastava, che bisognava costruire le case del popolo. Ha detto del o per il popolo?
Ho detto che c’è bisogno di luoghi dove ci si potesse riunire, dibattere, confrontarsi, anche socializzare. Qualcuno ha ricordato che una volta c’erano le case del popolo.

Il web non è una casa abbastanza grande?
Se guardassimo al web avremmo stravinto, avevamo migliaia di post contro le loro poche decine. Su Facebook una marea di gente si è registrata sul mio profilo. Evidentemente però internet non basta a vincere le elezioni.

Forse neanche le televisioni. La Repubblica, un giornale che l’ha sempre trattata bene, il giorno che ha rimesso piede in Tiscali ha sollevato il problema del conflitto d’interesse.
In questi cinque anni ho avuto un conflitto all’incontrario: non ho fatto gli interessi della mia famiglia e dell’azienda. Il conflitto d’interesse nazionale nasce dal fatto che chi ha concessioni da parte dello Stato non può fare il presidente del Consiglio. E tutto questo non riguarda né me né Tiscali, che peraltro non è detentore di alcuna concessione dello Stato o della Regione.

Che errore quando ha indicato suo fratello come possibile intestatario delle quote dell’Unità. Venne subito da fare il paragone con un altro fratello…
Lo so, ma è un paragone sbagliato perché nell’altro caso si deve arginare contemporaneamente la possibilità di controllare reti televisive e carta stampata. Io invece non dovevo risolvere un conflitto di questo tipo, ma semplicemente essere aiutato a gestire un investimento di 23 milioni, non 2 come ho visto scritto su qualche giornale. Dunque mi sembrava giusto proteggere l’investimento.

E allora, a che cosa serviva il blind trust?
In Sardegna, in questi anni, abbiamo approvato una legge statutaria che rende incompatibile la candidatura alla presidenza della Regione con il controllo di mezzi di comunicazione. Ma nonostante questa norma non sia ancora operante, io ho volontariamente trasferito la gestione delle azioni a un blind trust.

Perché ha deciso di comprare l’Unità e quando si è pentito di averlo fatto?
L’ho fatto in omaggio a una storia e convinto che ciò servisse a migliorare la qualità del dibattito dentro il centro-sinistra. Non mi sono pentito, anche se chiaramente oggi soffro per quella scelta. D’altronde ho affrontato l’investimento convinto che di lì a poco avrei venduto Tiscali. Però forse ha ragione lei.

Su cosa?
Sul fatto che io spacco in due l’opinione pubblica. Da una parte chi mi ama, dall’altra chi mi odia e mi insulta. Anche se, francamente, certi improperi mi sono sembrati ingiustificati.

Berlusconi vive serenamente da anni con un’industria dell’improperio che quotidianamente lo prende di mira. Lui le direbbe: caro Soru, se ne fotta.
In questi giorni sto leggendo i Pensieri di Marco Aurelio, là dove dice che non bisogna lasciarsi ferire dai cattivi giudizi degli altri. Si vede che non ho ancora raggiunto quel livello di saggezza e distacco.

Torniamo all’Unità. È in vendita?
Diciamo che per diversi motivi non posso più portare avanti da solo questa esperienza. Ho bisogno di altri che mi diano una mano.

E questi altri ci sono, oltre alle boutade di qualche sedicente industriale?
Ce ne sono alcuni con cui sto discutendo. E contemporaneamente si procede con il piano di rilancio e ristrutturazione della testata.

È vero che ha chiesto a Carlo De Benedetti di aiutarla?
No.

Confessi che c’è stato un momento in cui faceva le prove da leader del Pd nazionale.

No, credo anzi che questa voce abbia danneggiato la mia campagna in Sardegna. I ruoli istituzionali non sono un taxi dove si monta e si scende a piacimento. Se uno si candida a guidare una Regione per cinque anni non può di punto in bianco abbandonare.

Si aspettava che la sua sconfitta sarebbe stata la pietra tombale di Veltroni?

Francamente no.

Ha condiviso la sua decisione di ritirarsi?
Evidentemente l’ha ritenuto necessario per lui e utile al Partito. Ma certamente non è una scelta attribuibile al voto regionale.

Franceschini è un segretario stanziale o di passo?

Non lo so, ma mi pare stia facendo bene.

Meglio un Pd che corre da solo o che allarga a sinistra?
In Sardegna ci siamo presentati con una coalizione allargata che ha condiviso la necessità di portare avanti un processo di cambiamento e un progetto di rinnovamento della politica. Massimo due legislature e poi spazio ad altri. Invece la seduta inaugurale del consiglio regionale sembrava un cinegiornale dell’Istituto Luce.

E si sorprende? Questo è un Paese per vecchi.
A guidare l’assemblea c’era un notaio di 82 anni che è stato presidente del Consiglio regionale a metà degli anni 60. Poi c’era un altro presidente della Regione della fine degli anni 70 e una quantità innumerevole di consiglieri che sono in politica da decenni. Mi sorprende che dopo tanto parlare di rinnovamento un elettore voti un candidato per la sesta o la settima volta.

Quando ha perso, dall’altra parte si è fatto cavallerescamente vivo nessuno?
Mi ha telefonato il ministro Calderoli, e ho apprezzato.

Voi sardi spesso cominciate bene e poi vi perdete per strada. Prima Grauso, poi lei. Inconcludenza o “sardomasochismo”?

In questo momento potrei anche condividere il suo giudizio, ma a guardar bene in realtà non è così. In effetti sono partito bene, e bene ho fatto fino a quando mi sono occupato dell’azienda. Poi ho smesso di occuparmi di un progetto imprenditoriale per dedicarmi completamente a un progetto collettivo, e credo di aver fatto bene anche in politica.

Così ha perso il governatorato e rischia di perdere anche l’azienda.
Intanto sto tornando a impegnarmi in azienda e quindi spero di no. Ma soprattutto credo di poter dire di non aver sciupato la mia vita fino ad ora. Rimane il percorso delle cose fatte nell’impresa e delle cose fatte nella politica. Inizia un nuovo percorso con tante cose ancora da fare.

fonte: www.renatosoru.it