4 dicembre 2011

«A Monti chiediamo equità, svolta nell’Isola se cade Cappellacci»

Mario Monti è partito bene, ma in Sardegna il governo tecnico non si può fare. E allora Marco Meloni, responsabile nazionale del Pd per l’università, aspetta le elezioni. Da affrontare con un’alleanza aperta a Udc e Psd’Az, «per dire addio alla disastrosa Giunta Cappellacci».

A Roma invece c’è Monti, quindi va alla grande. O no?
«Ora abbiamo un governo credibile e ascoltato in Europa. Poi, certo, sappiamo che dovrà fare scelte complesse».

Il Pd diceva: l’addio di Berlusconi vale 200 punti di spread. Non è andata così.
«Noi dicevamo 100, e siamo passati da 575 a 430. C’è già più fiducia nell’Italia. Ora sono necessarie le riforme. Attendiamo le misure concrete: per noi è fondamentale che accanto al rigore ci siano equità e crescita. E che i sacrifici siano soprattutto sulle spalle di chi ha di più: rendite, patrimoni, evasione».

L’impressione è che il Pd abbia dato a Monti una delega in bianco, non possa permettersi di obiettare nulla. Quale proposta sarebbe per voi indigeribile?
«Noi non ragioniamo in quest’ottica. Potremo anche non condividere singole misure: l’importante è che i sacrifici siano equi e che si facciano le scelte per ripartire. Così resteremo in sintonia con i cittadini».

Cosa si aspetta sul fronte dell’istruzione e della ricerca?

«Che si parta da un presupposto: sono le chiavi per rilanciare lo sviluppo e tutelare la democrazia. Insieme a un nuovo welfare per giovani e donne. Due generazioni sono fuori dal sistema del welfare, è inaccettabile».

Difficile investire in ricerca, dovendo tagliare la spesa.
«Il governo Berlusconi ha già tagliato l’impossibile, mentre la spesa pubblica aumentava. È questione di scelte. È incoraggiante l’esordio del neo ministro Profumo, finalmente uno che sa di cosa parla. Ha subito incontrato gli studenti: bel segnale, la Gelmini si rifiutava».

La Sardegna cosa può sperare, per la vertenza con lo Stato?
«Cappellacci ci ha messo due anni a capire la valenza dell’accordo sulle entrate. Ma per rivendicarlo dovremmo dimostrare di saper spendere bene i soldi. Invece la spesa è fuori controllo, a partire dalla sanità. Mancano rigore e programmazione. Anche l’ultima Finanziaria della Giunta è del tutto inutile. E infatti tutte le parti sociali la criticano».

Il nodo vero è il patto di stabilità, che però non fu ridiscusso nella vertenza entrate.
«Ammettiamo che l’accordo fosse da completare: non è un buon motivo per rinunciare a 1,6 miliardi annui di entrate in più, col balletto insensato sulle norme di attuazione. Solo le nuove entrate giustificano vincoli meno rigidi».

Apprezza la proposta Sabatini di una commissione paritetica sulla vertenza Sardegna?
«La vera svolta, nell’Isola, sarebbe il voto: fino ad allora, è giusto che l’opposizione assuma responsabilità per il bene comune. Ma partendo dalla chiarezza sulle colpe del centrodestra».

Il Pd sardo è diviso su questo e su molto altro. Lei sta col segretario Silvio Lai o contro?

«Chi ha incarichi nel partito deve lavorare per unire. Ora le Politiche si allontanano e possiamo attuare le decisioni di marzo: conferenza programmatica, poi il congresso. Per creare una proposta forte per tornare al governo della Regione».

Con quali alleati?
«Beh, io auspico una giusta collocazione per le forze del centro che si sono opposte a Berlusconi, e per quelle autonomiste da sempre vicine al centrosinistra».

Chiamiamoli Udc e Psd’Az.
«Spero che, dopo aver fatto scelte coraggiose in importanti realtà locali, capiscano che è necessario chiudere con Cappellacci e guardare avanti».