10 febbraio 2013

Università: il bilancio di Monti, ora il cambiamento

monti gelmini

monti gelminiTre-Monti. Il primo è il professore, presidente della Bocconi ed editorialista del Corriere della Sera, che il 2 gennaio 2011, commentando la legge Gelmini, affermava che un  “arcaico stile di rivendicazione (…) finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati [ed] è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”.

Il secondo è il presidente del Consiglio, che ha mantenuto coerentemente il punto: infatti il suo governo si è mostrato convinto che occorresse proseguire il cammino del governo Berlusconi, fatto, oltre che di delirio iper-normativista (altro che liberalismo), di riduzione delle risorse e di maggiori costi per gli studenti. Così, prima ha tentato di aumentare le tasse universitarie (riuscendoci solo parzialmente, grazie all’intervento del PD), inasprito ulteriormente i vincoli al turn-over dei docenti universitari, ridotto di altri 300 milioni di euro le risorse per le Università, ridotte ormai allo stremo (-13% di risorse in 4 anni). Da ultimo, a Camere sciolte e in ordinaria amministrazione, ha provato ad adottare (tra gli altri) un provvedimento sul diritto allo studio che in realtà non faceva che negare, addirittura più di quanto non accada ora, questo diritto.

Il terzo è il candidato alla presidenza del Consiglio, che oggi ha definito la riforma universitaria dell’ex ministro Mariastella Gelmini “non del tutto negativa”. Nel frattempo, gli esponenti di punta delle sue liste, come Pietro Ichino, sposano la tesi dei conservatori inglesi: più tasse (senza limite) a carico degli studenti e al posto delle borse di studio prestiti che poi graverebbero tutta la vita sulle loro spalle. Da professore, da presidente, da candidato, purtroppo la sua visione appare molto simile a quella del Tremonti-senza-trattino, e conduce a un esito inevitabile e nefasto per il futuro dell’Italia: un livello di istruzione più basso, una maggiore ingiustizia sociale, la dispersione di talenti e opportunità. Ma oltre al danno per la collettività, vi è di più: che – come purtroppo accade con sempre maggiore frequenza – una persona decida di non completare gli studi per ragioni legate alla sua condizione sociale ed economica è una insopportabile violazione della dignità dell’individuo.

Certo, ci si può dire che abbiamo sostenuto il governo guidato da Mario Monti. È vero, e crediamo fosse necessario: ma su questo tema c’è stata una divergenza fondamentale. Abbiamo cercato di cambiare le cose nell’attività parlamentare, e in molte circostanze abbiamo limitato i danni. Ora è necessario un cambiamento radicale di visione, di strategia, di azione di governo: il programma del Partito Democratico e del centrosinistra vede nell’istruzione, nella scuola, nell’università, i luoghi centrali per riattivare la crescita economica e insieme la mobilità e la giustizia sociale.