12 febbraio 2013

Il digitale parte da scuola e imprese

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A parole, tutti amano l’innovazione. Ma una politica responsabile ha il dovere di fare di più: guardare l’innovazione da vicino e definire un approccio complessivo, in grado di migliorare il Paese e la vita di tutti i cittadini.
L’innovazione non è prerogativa di ristretti gruppi di esperti, né può limitarsi ai (pur necessari) provvedimenti sulle start-up. Il Partito Democratico crede a un’innovazione popolare. Non è uno slogan, ma un metodo (quello di un programma aperto, in licenza Creative Commons, integrato dalle proposte dal basso dei cittadini) e un modo per dire che l’Italia riparte solo se l’innovazione “contagia” fasce più ampie dell’economia italiana e si diffonde nella società, informando il nostro approccio sull’ambiente, sulla sanità, sul welfare, sulla cultura e il turismo. Per illustrare il nostro progetto sull’innovazione e l’Italia digitale – che abbiamo presentato ieri, insieme a Bersani, all’Energy Park di Vimercate, ed è disponibile su internet: http://www.partitodemocratico.it/italiadigitale – partiamo da tre piattaforme essenziali: le imprese, la pubblica amministrazione, la scuola.
Partiamo dall’impresa. Il rapporto tra manifattura e innovazione è oggetto di un dibattito internazionale dove non spiccano solo i tradizionali “campioni” (come Corea del Sud e Germania), ma gli stessi Stati Uniti di Obama: lo dimostrano i più recenti studi della Brookings Institution. Anche per questo è essenziale che a livello europeo la discussione attuale sulla necessità di un “industrial compact” per la crescita sappia legarsi a un “innovation compact”. L’Italia, nel governo Prodi, era all’avanguardia con Industria 2015: serve uno strumento – che Bersani ha chiamato Industria 2020 – per rilanciare questa piattaforma, mettendo insieme le start-up, l’università e la grande industria, coinvolgendo maggiormente i dipartimenti di ingegneria, di ricerca e sviluppo, di strategia, di business development delle grandi imprese, in sinergia con il rilancio dell’università. Bisogna mettere le nostre PMI in condizione di connettersi con uno scenario globale: per questo, partiremo da un programma di “alfabetizzazione digitale” per le piccole imprese. Rendere più facile l’innovazione per l’impresa significa poi diminuire il carico burocratico: è quello che faremo con il pacchetto per la semplificazione previsto dal nostro programma, e che lanceremo a partire dai primi 100 giorni di governo.
La seconda piattaforma è la pubblica amministrazione, che deve dare corpo all’“innovazione popolare”, con la transizione verso un modello decertificato, trasparente e digitale. Partiamo da un dato essenziale: la digitalizzazione effettiva è un investimento e non un costo, perché permette risparmi enormi. In Italia solo il 7% delle imprese partecipa a gare pubbliche attraverso sistemi di e-procurement (siamo quintultimi in Europa) e un incremento al 30% per gli acquisti della PA porterebbe a un risparmio di ben 7 miliardi all’anno (stime del Politecnico di Milano). Per questo è necessario uno sforzo convinto e coordinato del governo. Un altro esempio concreto viene dall’uso del Cloud computing per ridurre i costi e aumentare allo stesso tempo l’efficacia dei servizi delle amministrazioni. L’adozione del Cloud, raccomandata di recente dalla Commissione Europea, può ispirarsi ad alcune best-practices locali, come il risparmio del 60% delle spese ICT realizzato dal Comune di Imola.
Infine, la scuola è un’infrastruttura fondamentale della conoscenza e della cittadinanza, ed è la chiave di volta per risolvere il primo problema dell’Italia sull’innovazione, quello culturale. In Italia solo il 25% delle aule scolastiche è connesso in rete, e, tra di esse, pochissime possono usufruire di una connessione a banda larga o ultralarga. Per questo, le scuole (assieme alle strutture sanitarie) sono i luoghi a cui riservare un’infrastrutturazione prioritaria, utilizzando risorse sia dai fondi di coesione che da quelli di Horizon 2020. Un’infrastruttura unica, di alta qualità e pubblica, che metta in rete tutte le aule, non è solo un elemento di democrazia e di reale accesso alle pari opportunità per tutti gli studenti italiani, ma anche un concreto acceleratore per il drastico abbattimento del digital divide in molte “aree bianche” del Paese. Permetterebbe, inoltre, la nascita di un indotto industriale (contenuti formativi, dotazioni tecnologiche, servizi didattici interattivi, editoria digitale), oltre ad avere un effetto di “moltiplicatore intergenerazionale” con le famiglie degli alunni.