14 febbraio 2013

Dalle borse di studio alla ricerca: le proposte pd per le università

marco meloni

marco meloniPiù iscrizioni, fermare la fuga dei professori, rilanciare il programma Erasmus, aumentare le borse di studio, rilanciare i dottorati di ricerca e la ricerca scientifica tutta, incrementare i finanziamenti pubblici agli atenei, e abolire quelli alle università telematiche ma soprattutto rivedere la riforma Gelmini. Ecco in 10 mosse il programma del Partito democratico sul sistema universitario. Per fare ripartire la crescita economica in Italia il Pd punta anche sullo sviluppo dell’università e della ricerca. Le ultime inchieste sull’università sono impietose: basti citare la denuncia del Consiglio universitario nazionale  –  58mila iscritti in meno in appena 8 anni  –  che mette sotto i riflettori la fuga dall’università.

Ma anche tasse universitarie troppo alte, la fuga dei cervelli all’estero, il numero ancora troppo basso di laureati nella fascia d’età compresa fra i 25 e i 34 anni  –  siamo penultimi in Europa, prima soltanto della Turchia  –  e la vergogna di un diritto allo studio che per molti studenti rimane soltanto sulla carta, visto che hanno tutti i requisiti per accedere alle borse di studio ma non riescono a beccare un euro per mancanza di fondi. Insomma un quadro desolante cui il Pd intende rimediare in 10 mosse, magari ripartendo dagli aspetti positivi rimasti: la grande produttività scientifica dei ricercatori italiani. L’obiettivo è “invertire la rotta”.

La prima cosa da fare è “riportare gli studenti all’università”. L’Italia è uno dei paesi europei con meno iscritti all’università in relazione alla popolazione in cui migliaia di studenti delle scuole superiori preferiscono interrompere gli studi dopo il diploma, anche per la difficoltà di sostenere le spese di una carriera universitaria con poche prospettive. Per farlo il Pd intende fare leva sulle borse di studio e sulla tesse universitarie: “più borse, meno tasse”. “Occorre un welfare studentesco che vada incontro a tutti i bisogni della popolazione universitaria, per incoraggiare le immatricolazioni ed abbattere la dispersione”.

Il secondo passo è quello di mettere “l’università al servizio degli studenti”. “Studiare non è inutile” ammoniscono dal Pd, al contrario assicura maggiori possibilità di un lavoro più remunerativo. Per questa ragione occorre potenziare i collegamenti fra la scuola superiore, l’università e mondo del lavoro potenziando l’orientamento universitario, creando Poli per l’istruzione tecnica superiore che diano all’istruzione tecnica e professionale uno sbocco universitario mirato  –  magari biennale o triennale  –  e si raccordino con il mondo delle imprese, dell’università e della ricerca. Il tutto per colmare il gap tra domanda di figure specializzate e offerta scolastica e universitaria.

Per rilanciare il Paese occorre anche mettere “l’università al servizio dell’Italia”. L’obiettivo dell’agenda Europa 2020 è quello di arrivare al 40 per cento della popolazione in possesso di titolo di studio universitario. L’Italia è lontanissima da questo obiettivo, per questa ragione occorre diffondere capillarmente su tutto il territorio nazionale almeno il primo ciclo di studi universitari lasciando al secondo ciclo il compito di una articolazione più rigorosa per garantire la qualità delle attività e dei servizi. E per coordinare la specializzazione dei territori con l’offerta formativa occorre creare un coordinamento macro-regionale dell’offerta formativa e delle attività di ricerca.

Ma per rilanciare l’università bisogna anche “fermare la fuga dei docenti, con regole chiare” e ridurre l’enorme sacca di precariato attualmente esistente che abbassa il livello complessivo dell’offerta formativa. “Stop al precariato” attraverso la massima vigilanza alle attività gratuite all’università: “il lavoro all’università deve essere retribuito e svolto in modo dignitoso”. Gli attuali precari  –  dottorandi, assegnasti e altri  –  verranno organizzati in due tipologie: il Contratto unico di ricerca, con garanzie assistenziali e previdenziali, e i professori junior in tenure track, con proporzioni certe per l’ingresso in ruolo. Per gli strutturati è invece previsto il ruolo unico della docenza articolato in due fasce. Verrà incentivata la mobilità, per impedire che tutta la carriera universitaria venga svolta nello stesso ateneo, e verrà introdotto un limite per il part-time.

E per rendere più europea l’università si pensa di puntare sulla “bussola Erasmus”. Attualmente in Italia soltanto l’1 per cento degli studenti universitari sfrutta il programma di studi all’estero sostenuto dall’Unione europea. L’obiettivo è di passare in 5 anni dai 20mila ai 100mila studenti attraverso sgravi fiscali per le famiglie, riconoscimento dei crediti e scambi di ospitalità. Inoltre, “l’Italia non deve puntare sui giovani “perduti” che “devono” tornare, ma sull’accoglienza dei talenti di qualsiasi nazionalità”.

Al sesto punto del programma del Pd per l’università c’è quello che tantissimi volevano sentire: cambiare la legge Gelmini. Come? “Verso l’autonomia responsabile”. Una operazione da compiere “entro il primo anno di governo”. La legge Gelmini va profondamente cambiata sulla “governance degli atenei  –  un maggiore bilanciamento dei poteri nella chiarezza delle responsabilità  –  sul reclutamento, sul contrasto del precariato, sul necessario superamento del centralismo ministeriale, dell’ossessione burocratica e della pesantissima “tutela” del Ministero dell’Economia”. Occorre rilanciare una “vera ed effettiva autonomia responsabile”, nell’ambito di un sistema universitario “fondato sul dinamismo, la cooperazione e la coesione”.

Un serio discorso sull’università passa anche attraverso “l’aumento delle risorse pubbliche”. Le cosiddette riforme a costo zero vengono definite un’illusione. Occorre aumentare i finanziamento pubblici fino al raggiungimento, se possibile entro i cinque anni di legislatura, della media europea. Il primo obiettivo è di ripristinare il Fondo di finanziamento ordinario  –  il cosiddetto Ffo  –  ai livelli del 2012, rimediando al taglio di 300 milioni operato dal governo Monti. Occorre infine definire “criteri trasparenti per l’assegnazione delle risorse agli atenei” e interventi per favorire la diversificazione delle fonti di finanziamento”.

La lotta alla burocrazia a favore della semplicità coinvolge anche “valutazione, accreditamento, qualità e progetti di ricerca”. Ma occorre ridefinire competenze e ruolo dell’Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca),  calibrare le procedure di accreditamento senza ridurre l’offerta formativa, che dovrà essere diffusa su tutto il territorio nazionale, abolire i finanziamenti pubblici alle università telematiche e infine semplificare le procedure per i progetti di ricerca europei.

Nel programma del Pd, anche il dottorato di ricerca va sostenuto e rilanciato. Per assegnare “un vero ruolo per il dottorato di ricerca” bisogna “offrire agli studenti meritevoli l’opportunità di frequentare il dottorato di ricerca e favorire il collegamento a opportunità professionali e di ricerca”. Il calo delle borse di studio degli ultimi anni è un errore strategico. Inoltre, il dottorato di ricerca è un’attività da svolgere a tempo pieno e con una dote finanziaria di base. Per questa ragione “siamo contrari ai dottorati senza borsa: è essenziale una borsa di dottorato, o  –  come accade in altri paesi  –  l’integrazione con altre forme di compenso”. Il dottorato va inoltre riconosciuto nei concorso pubblici e occorre incentivare i dottorati industriali in collaborazione con le imprese.

E per “portare l’Europa in Italia, con la ricerca” è necessario creare “un’Agenzia di programmazione e finanziamento della ricerca, che serva ad accelerare le procedure e vigilare sul rispetto dei tempi dei progetti, oltre a svolgere un’attività di road-mapping università-politica-impresa”. Va inoltre “recuperato  –  leggasi: incrementato  –  il finanziamento della ricerca fondamentale, in campo scientifico, tecnologico e delle scienze umane”. Il rilancio della ricerca per il Pd passa anche attraverso la defiscalizzazione per investimenti in ricerca e attrezzature e dalla riorganizzazione degli enti pubblici di ricerca per evitare sovrapposizioni, duplicazioni, frammentazione”.