19 febbraio 2013

Bersani: investire in conoscenza o il Paese si «de-sviluppa»

pier luigi bersani

pier luigi bersaniCaro direttore,

ho letto con attenzione l’appello della Crui. Le proposte sono condivisibili e trovano ampio spazio nel programma del Pd (www.partitodemocratico.it/universita), che parte proprio dai dati drammatici evidenziati dal «Corriere della Sera». Se toccasse a noi governare,l’azione del governo prenderà le mosse da un’attenta rilettura del Rapporto Giarda, secondo il quale istruzione e ricerca sono le uniche voci del bilancio pubblico calate drasticamente (-5,4%) negli ultimi vent’anni. Investire in conoscenza non è una scelta come un’altra: è la base della crescita culturale, economica, sociale di un Paese. Le “infrastrutture del futuro” hanno bisogno delle risorse per una netta inversione di tendenza. Ferma restando la lotta agli sprechi, vi sono altre voci di spesa che possono dare un contributo da utilizzare per questo fine. Il cuore del cambiamento dell’università sono le persone. Anzitutto, gli studenti. Un giovane che vuole studiare e deve rinunciare perché non può permetterselo subisce una ferita profonda e irrecuperabile nei suoi diritti e nella sua dignità. Il suo dramma ci riguarda tutti, ci segnala che l’ascensore sociale si è rotto. O lo ripariamo, o accettiamo un destino di «de-sviluppo», di ignoranza diffusa e di iniquità sociale. La Strategia Europa 2020 prevede il 40 per cento di laureati tra i 30 e 34 anni. La media UE è vicina al 35 per cento. In Italia siamo intorno al 20 per cento – in molte regioni ben al di sotto – e nell’ultimo anno i diplomati che si iscrivono all’università sono calati del 10 per cento. Oggi solo il 10 per cento dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, contro il 40 per cento in Gran Bretagna, il 35 per cento in Francia. Noi non ci rassegniamo a una società dove le possibilità non sono conquistate con il lavoro e la competenza, ma ereditate dai genitori. Per questo proponiamo un Programma nazionale per il merito e il diritto allo studio, che ci porti in Europa anche da questo punto di vista: ora soltanto il 7 per cento dei nostri studenti riceve una borsa di studio, contro il 25-30 per cento di Francia e Germania. Le tasse universitarie devono essere più progressive e riportate nella media UE, il che significa ridurle nettamente (siamo al terzo posto in Europa). Veniamo ai docenti: l’università è il luogo di una gigantesca questione generazionale, da affrontare con decisione. A più di trent’anni non si è più «ragazzini» e si merita rispetto e concretezza, non un limbo di precarietà senza prospettive. Perciò bisogna superare la paralisi del sistema rimuovendo subito gli attuali vincoli al turn-over e stabilendo modalità di accesso alla docenza trasparenti e rapidi. Diciamo forte e chiaro che garantiremo la massima rigidità sulle attività gratuite nell’università, perché il lavoro deve essere sempre retribuito e dignitoso per tutti. Infine, la “macchina”: il cammino dell’autonomia è stato abbandonato per un ipercentralismo burocratico e verticista, invece di essere corretto nella direzione di un’autonomia responsabile. Per questo modificheremo profondamente la legge 240, per portare semplicità e diritti: oltre a modificare le norme su diritto allo studio, reclutamento e governance, smantelleremo le norme anti-autonomistiche per liberare gli Atenei da una gabbia burocratica che ostacola anche il rapporto con imprese e territorio. Per il rilancio dell’Università, il Partito democratico non ha da offrire illusioni e favole, ma proposte concrete. Le politiche degli altri paesi europei mostrano che per uscire dalla crisi servono risorse e riforme. Nell’Italia giusta, ridare dignità e speranza alle istituzioni della conoscenza non è una politica settoriale, ma la consapevolezza che il lavoro e lo sviluppo si costruiscono con i mattoni dell’istruzione, della ricerca e dell’innovazione.

Pier Luigi Bersani
Leader del Partito democratico