21 novembre 2013

Il sindaco esclude un patto per le riforme con Palazzo Chigi

PD

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L’obiettivo è la conquista del partito attraverso l’assemblea e la direzione

ROMA «Matteo, ti hanno spiegato che non c’è l’acqua nella piscina? Non vorrei che ti facessi male…». La battuta al veleno con cui Massimo D’Alema ha virtualmente immortalato Renzi, fermo sul «trampolino» della segreteria del Pd in attesa di potersi lanciare su Palazzo Chigi, rivela quanto alta sia l’onda dell’antipatia in quella parte del Pd che tifa per Enrico Letta. Bastava ieri farsi un giro nel Transatlantico di Montecitorio dopo lo scampato pericolo sul Guardasigilli e assistere, dal vivo, all’esultanza di un lettiano di ferro: «Renzi avrà pure vinto nei circoli, ma Enrico è il leader del Pd». Il voto su Annamaria Cancellieri è stata la prima battaglia parlamentare tra i duellanti, destinati a contendersi la guida del Pd e la premiership futura. Prova ne sia il fatto che a Palazzo Vecchio l’entourage renziano smentisce l’esistenza di un «patto per le riforme» e i lettiani, a loro volta, dicono di non fidarsi: «Quando mai Matteo ha rispettato un’intesa?».

Renzi ancora una volta conferma lealtà e rivendica di non aver alimentato tensioni, ma al tempo stesso sfida il premier, dice che il suo Pd con il 70 per cento è «l’azionista forte» della maggioranza e che quando sarà segretario, incoronato da «qualche milione» di elettori, imporrà una «agenda nuova». La sua. Che sarà molto diversa da quella di Alfano. Un avvertimento energico, che rivela come l’ansia di mettere fine alle larghe intese non sia evaporata. Ermete Realacci lo conferma senza filtri: «Non si può escludere che Matteo darà una botta al governo ogni volta che se ne presenterà l’occasione». Volete votare a febbraio? «Questo scenario Renzi non lo ha ancora chiaro». La partita è iniziata e nel Pd prevedono che sarà durissima, perché se Renzi è in forte sintonia con la base, il premier ha dalla sua Quirinale e Parlamento. «I gruppi parlamentari è la sua assicurazione sulla vita li controlliamo noi». Il lettiano Marco Meloni prova a contenere l’entusiasmo per l’esito del voto sul Guardasigilli: «Non parlerei di trionfo, ma era la partita più difficile…». Paola De Micheli, vicepresidente vicaria del gruppo Pd, prevede che «Renzi intensificherà il bombardamento contro il governo» e anche per questo, in filo diretto con Letta, sta cercando nei meandri della legge di Stabilità «qualche soldino» per riconciliare il governo con gli elettori. Quel che tranquillizza i lettiani è che Renzi ha poco tempo, perché la finestra elettorale a gennaio si chiuderà e a quel punto il premier tirerà dritto fino alla fine del prossimo anno. I parlamentari del segretario in pectore rimandano il duello al 9 dicembre, quando si saprà «come» ha vinto Renzi. l lettiani sperano in un successo risicato e fissano l’asticella della vittoria dimezzata in «un milione e mezzo di votanti con meno del 6o per cento di consensi», ricordando come Matteo sia «il primo segretario che non ha la maggioranza assoluta nei circoli». Per contro l’obiettivo di Renzi è arrivare a 165%, perché con i due terzi dell’assemblea nazionale può dettare legge sulle liste con sui si eleggono i membri della direzione.

Il problema, per il premier, è questo. Se il sindaco vincesse le primarie alla grande avrebbe la forza di terremotare l’esecutivo già dalla legge di Stabilità e dalla riforma del Porcellum e, magari, anche la tentazione di chiedere un rimpasto di governo a suo favore.

«Impossibile!», assicurano i lettiani. E il renziano Lorenzo Guerini dice che il sindaco non vuole rimpasti, vuole «il passo indietro della Cancellieri». Il che suona più una conferma, che una smentita. E se Beppe Fioroni ritiene che il premier abbia «sconfitto due a zero il fronte che vuole votare a febbraio col Porcellum», il renziano Ernesto Carbone è convinto che la partita non sia affatto chiusa: «Matteo farà una proposta sulla legge elettorale e se Letta ha paura di ballare prenda lui l’iniziativa».

Monica Guerzoni

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