25 novembre 2013

I lettiani chiedono lealtà. Ma con Matteo sarà guerra sui gruppi e legge elettorale

candidati segreteria pd

candidati segreteria pdC’è un motivo preciso se un pontiere come Francesco Boccia, renziano di fede lettiana, ha il dente avvelenato contro quei «lettiani-talebani» che non perdono occasione per sbandierare come il rottamatore non abbia il controllo del gruppi parlamentari. «Perché così facendo esasperano i conflitti, invece di ricucirli e in fin dei conti fanno un danno a Enrico». E la dimostrazione di quanto queste prove di forza possano rivelarsi effimere la si avrà quando Renzi chiamerà i parlamentari Pd a pronunciarsi in vista della madre di tutte le battaglie, la legge elettorale.

Il sindaco sa bene che i suoi avversari interni di varia fede proveranno a ostacolare la sua presa sulla compagine di deputati e senatori: e come prima verifica dovrebbe riunire, superata la boa delle primarie, i gruppi di Camera e Senato sul sistema elettorale da proporre, che più del Mattarellum potrebbe essere quello ipotizzato dal politologo Roberto D’Alimonte: doppio turno di coalizione, con ballottaggio tra le prime due più votate. Renzi dunque ha già un suo piano per il dopo-primarie e, stando alle voci dei parlamentari della cerchia stretta, già ha in mente peri ruoli di coordinatore della segreteria e di responsabile organizzativo i nomi del suo braccio destro
Luca Lotti e di Stefano Bonaccini, già bersaniano e segretario del Pd emiliano.
Renzi intende far capire bene alle truppe che farà il segretario davvero, senza farsi intimidire dalla resistenza armata organizzata dai suoi detrattori.
Che già ieri, in una saletta dell’Ergife, facevano il punto sulle prossime mosse in un summit convocato da Cuperlo insieme ai suoi “giovani turchi”.
Se queste sono le mosse di Renzi, il suo nuovo affondo sul governo non scuote più di tanto
Letta. Per capire quale sia il suo pensiero basta sentire i ragionamenti che fanno i suoi collaboratori a Palazzo Chigi. Certo rispetto ad altri giorni, «i toni sono più costruttivi», ma va ricordato che «molte idee caldeggiate da Renzi sono già state varate dal governo, come l’abolizione delle province, il finanziamento ai partiti, tutto l’impianto delle riforme per superare il bicameralismo».
Insomma la reazione è «magari il Pd si intestasse un’ accelerazione su questi fronti». Ma dietro la diplomazia, la pancia del lettismo più duro reagisce per bocca di Marco Meloni: che fa notare a Renzi come «così facendo mina la sua credibilità», in quanto «molte sue proposte riprendono il programma di governo, quindi dipenderà soprattutto dal Pd e dal suo prossimo segretario che il Governo faccia così bene il proprio lavoro per il bene del Paese, da riuscire a proseguire fino al 2018».

Per una dose di realpolitik, bisogna rivolgersi al pontiere per eccellenza, Dario Franceschini. «Fino all’8 dicembre è fisiologico che Matteo batterà sul tasto del governo, ma oggi non mi è sembrato duro, anzi. Piuttosto si prospetta un quadro ignoto, perché con Berlusconi all’opposizione cambierà tutto». Gli uomini del rottamatore non restano sorpresi quando spunta l’offerta di Alfano al loro leader di un patto in cinque punti per il 2014: su legge elettorale, stop al bicameralismo, tagli di dieci miliardi di spesa improduttiva per tagliare le tasse sul lavoro, abbattimento del debito pubblico e retribuzione di produttività. Offerta trattata con sufficienza, facendo notare quali siano le forze in campo. Anche qui parla un fedelissimo di Renzi, Dario Nardella. «A quanto pare si è svegliato anche Alfano. Molto bene. I nostri trecento deputati saranno lieti di dialogare con i suoi trenta. E ricordo che su quei temi da molto tempo ci sono delle nostre proposte chiare e precise».

 

Scarica l’articolo