25 novembre 2013

“I toni si alzano, però non li temo” Il premier punta sui gruppi parlamentari

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lettaI lettiani: Dopo il 9 un chiarimento ira Enrico e Matteo “

«I toni sí alzano. Ma non mi spaventano. Ci avviciniamo al giorno delle primarie, è naturale che sia così». A chi lo sente al telefono dopo la Convenzione del Pd, Enrico Letta dispensa parole di tranquillità.
Quattro candidati su quattro alla segreteria del Pd hanno criticato le larghe intese, ma il premier è sempre più sicuro che il vincitore delle primarie (Renzi quasi sicuramente) dovrà, a dispetto dei proclami di “guerra”, scendere a patti con il governo. «Non c’è dubbio: il 9 dicembre Matteo Enrico dovranno vedersi per delineare il percorso del 2014», dice il lettiano Francesco Boccia sostenitore del sindaco al congresso. Con un dato di fatto a favore del premier: il neosegretario non avrà il controllo dei gruppi parlamentari. Renzi rappresenta la metà della pattugli democratica alla Camera e al Senato. Forse meno di fronte al “referendum” governo sì-governo no. Sarà impossibile, dunque, orientare il Pd verso la guerriglia, tantomeno verso l sfiducia all’esecutivo. Certo, le premesse non sono buone. Basta registrare il discorso de Rottamatore, che «è stato il più buono nei confronti del governo che potessi fare. Sono stato lealissimo», raccontava il sindaco nella saletta dell’hotel Ergife alla fine della kermesse.

Sarà, ma ai lettiani non è piaciuto. Come non è piaciuta la risposta sprezzante di Dario Nardella alla proposta di Angelino Alfano per un patto di non belligeranza fino al 2015. «Noi siamo 300 e loro 30. Pronti ad incontrarli e a verificare i programmi». Rispostaccia “vidimata” da Renzi. «Peccato che il problema di numeri il governo lo abbia al Senato e non alla Camera», ribatteva ironico Marco Meloni, fedelissimo del premier. A Palazzo Madama i 20 senatori del Nuovo centrodestra sono determinanti per la vita del governo. Eppure lo scambio intorno all’offerta del
vicepremier va registrato come una spia del clima. Fa capire quanto siano ancora distanti le
posizioni di Renzi e Letta sul futuro. Ci sarà da lavorare per lasciare per un anno tranquillo
l’attuale esecutivo. Perché la replica ad Alfano è in realtà un messaggio al premier.
La verità è che la settimana diventa cruciale per la vita del governo e si sviluppa intorno a due date. Mercoledì, la decadenza di Berlusconi e la tenuta delle colombe di fronte all’Armageddon
del Cavaliere. Sabato, il confronto televisivo dei candidati alle primarie Pd che diventerà l’occasione per giocarsi le carte migliori e attirare voti. Si è capito che l’argomento scelto da Cuperlo, Renzi e Civati per la campagna elettorale è la contestazione delle larghe intese. «Ma nel Pd, avverte Meloni, non esiste la distinzione tra realisti e sognatori. Siamo tutti sulla stessa barca. E sei candidati alzano troppo l’asticella, dal 9 potrebbero essere costretti ad abbassarla. Non conviene né a loro né al partito».

Letta e Renzi ieri non si sono sentiti. Il messaggio recapitato alla Convenzione dimostra che il premier ha puntato i suoi riflettori sulle vicende del Pd.
Senza intervenire direttamente, ma rivendicando il ruolo «istituzionale» da una parte e la militanza nel Partito democratico dall’altra. Sono segnali necessari per il dopo 9 dicembre
quando l’intero Pd sarà attraversato da uno scossone che potrebbe riflettersi sull’esecutivo. «È invece possibile-spiega il presidente della commissione Bilancio della Camera Boccia-che un partito più forte possa migliorare l’azione del governo. Può spezzare equilibri consolidati. Aiutare aliberare risorse. Per esempio, rafforzando la Tobin Tax».

Ma il patto di un anno ha bisogno di puntelli più significativi: la legge elettorale, il superamento del bicameralismo perfetto. Perché su questo si gioca la partita dell elezioni. Ovvero, i tempi del voto anticipato e il come: con uno schema bipolare o con un sistema proporzionale? Sono questi i punti dell’accordo, semmai ce ne sarà uno.

 

 

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