25 novembre 2013

Renzi-Cuperlo, il rush finale. Ma nel mirino c’è il governo

Cuperlo Renzi e Civati

Cuperlo Renzi e Civati«Ora le nostre idee». Convention senza i big del «vecchio» Pd

«Davvero non c’è nessuno? Guardate bene, magari non sono in prima fila…». Lo sgomento di Dario Franceschini, unico «big» del vecchio Pd accorso all’ Ergife per la Convenzione nazionale, dà il senso della nuova stagione. Nella penombra della grande sala i fotografi cercano invano D’Alema; Veltroní, Bersani, Bindi, Marini, Fioroni, Finocchiaro… E il ministro, 55 anni, non coltiva rimpianti per la nomenclatura del passato: «Va bene così, il ricambio è fisiologico». Matteo Renzi non è ancora segretario, ma la rottamazione ha già prodotto i suoi frutti ed altri ne promette dal palco il leader in pectore parlando a braccio, tra risate e ovazioni dei delegati: «Adesso tocca a noi!».Nel mirino del favorito c’è il governo e ci sono i banchieri. Se non si faranno vedere ai gazebo lui sarà contento, facciano piuttosto «il loro mestiere e lo facciano bene», prestando i soldi agli artigiani invece di darli solo a chi li ha già.

Il bersaglio grosso è Palazzo Chigi, dove le frecce di Renzi arrivano ben appuntite. «Il governo ha usato molto della nostra lealtà, pazienza e responsabilità, oggi deve usare le nostre idee, altrimenti le larghe intese diventano solo il passatempo per superare il semestre Ue». Letta ha messo nel conto che da qui all’8 dicembre la tensione congressuale salirà e nel messaggio che ha inviato alla Convenzione in  cui ribadisce la scelta di star fuori dal congresso perché «le istituzioni vengono prima di tutto» annuncia che 1’8 dicembre sarà «ín prima fila» per scegliere il nuovo segretario». Con l’orgoglio di far parte «di una comunità solida e unita, a dispetto delle divergenze». Ma Renzi sferza, paventa il rischio che il governo perda tempo e incalza, «non possiamo farci dettare l’agenda dalla paura». E se il premier non vuole alimentare la rivalità con Matteo, il lettiano Marco Meloni contesta le critiche: «Renzi sbaglia quando afferma che il governo ha usato solo la nostra lealtà e non le nostre idee, così altera la verità».

Il problema, per Letta, è che l’agenda del governo vuol dettarla Renzi, che tra gli iscritti ha preso 133.892 voti, pari al 45,34 per cento. Gianni Cuperlo è secondo con il 39,44%, Pippo Civati terzo con il 9,43 e Gianni Pittella quarto, sfiorando un sei per cento che ha sorpreso molti. Quattro idee diverse del Pd e dell’Italia, ma su una cosa sembrano tutti d’accordo ed è la critica alle larghe intese. È il filo rosso che lega gli interventi, cominciando da Guglielmo Epifani: «La legge di Stabilità non ha un’anima e comunica una sensazione diffusa di difficoltà e disordine». Un tema che un Renzi in jeans sviluppa per slogan, rimarcando con accenti meno acuti l’«altrimenti ci arrabbiamo» di due giorni fa: «Il governo ha usato molto della nostra lealtà e pazienza, oggi è il momento di dire con forza che deve usare le nostre idee per essere efficace nelle scelte di politica economica e nelle riforme istituzionali». Dal 9 dicembre il rapporto deve cambiare, ma Renzi non farà «sgambetti» e giura che sarà leale. Per lui il governo può durare anche oltre il 2015, purché faccia le riforme che piacciono al Pd. La prima è la rottamazione del porcellum e anche qui il sindaco sprona l’esecutivo: «Il giorno dopo le primarie la questione la si porta alla Camera, per fare qualcosa di concreto». La sua sfida a Letta è in tre punti. Nuova legge elettorale, dimezzamento dei parlamentari, Province e Senato delle autonomie «senza indennità e senza elezione diretta». E la prima mossa quando sarà segretario? «Un gigantesco piano per la scuola».

Il protagonista è lui, ma gli altri candidati non giocano da comprimari. Gianni Pittella, lo sconfitto, parla da vincitore e conquista i delegati. E il giorno della retorica buonista, baci, abbracci e Renzi che si alza per offrire l’acqua a Civati: «Come Coppie Bartali…». Un incantesimo
che Gianni Cuperlo rompe per primo. Bolla il disegno di Renzi come «radicalmente sbagliato» e a Letta chiede coraggio, perché «il governo non ha più alibi». Legge con tono da preghiera e a tratti giunge le mani, cita Kennedy, Foa, Baglioni, critica il «secondo lavoro» del sindaco-segretario e strappa l’applauso più forte: «Non siamo il volto buono della destra, noi siamo la sinistra». Una frase che Renzi ribalta così: «Non dobbiamo più essere il volto peggiore della sinistra, quella che ha mandato a casa Romano Prodi».
Il 9 dicembre, è l’appello di Pippo Civati, il Pd vada in ginocchio dall’ex premier e lo supplichi di iscriversi al partito.

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