9 dicembre 2013

Letta non ostacolerà la legge elettorale. “Ma ora Matteo deve sporcarsi le mani”

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letta-alfanoPalazzo Chigi: non è un voto contro di noi, adesso asse anti-Grillo

A Palazzo Chigi tutta la squadra è precettata, lo aggiornano quasi in diretta sui dati che arrivano via via dal Pd.
L’unico candidato che esplicitamente e senza condizioni si opponeva al governo, Pippo Civati, si è infatti dovuto accontentare della medaglia di bronzo e questo legittima il premier a considerare il restante 87% dei votanti alle primarie «non ostile» alla sua permanenza a palazzo Chigi. Marco Meloni, braccio destro del premier, tira un sospiro di sollievo: «Il risultato delle primarie stabilizza la nostra prospettiva».

Un’altra buona notizia che rallegrala domenica lettiana è il sondaggio, ancora riservato, che il premier ha avuto in anteprima sul suo gradimento personale, «oltre il 50 per cento». Un dato che sarebbe appena due punti sotto quello di Renzi, nonostante gli otto mesi di governo. Certo, la stessa indagine demoscopica segnala un altro elemento importante: gli  italiani non vogliono avventure, ma stanno perdendo la speranza, si aspettano ora dall’esecutivo «risposte tangibili» sui problemi che li affliggono ogni giorno. È su questo terreno che Letta intavolerà la trattativa con il nuovo segretario del Pd, partendo dagli obiettivi programmatici per il 2014. Con una certezza: «Fino a ieri era in campagna elettorale, da domani anche Matteo dovrà sporcarsi le mani con le soluzioni».

I due si vedranno oggi pomeriggio, prima che il premier prenda l’aereo per Johannesburg per partecipare alla commemorazione di Nelson Mandela. E c’è da scommettere che la prima questione sul tavolo sarà la riforma della legge elettorale. Se Renzi vuole misurarsi con questa sfida, Letta non ha alcuna fretta di presentare un proprio disegno di legge. Oggi ribadirà al neosegretario la sua fede bipolarista, come si conviene a un allievo di Andreatta, pronto a sostenere ogni iniziativa che vada in quella direzione. Quanto alla fine del bicameralismo perfetto e la riduzione del numero dei parlamentari, le altre due priorità remane, il governo ha già pronto un testo da portare subito in Consiglio dei ministri. Insomma, «sul piano dei contenuti osserva la lettiana Paola De Micheli non vedo una rivoluzione copernicana, non ci sarà un braccio di ferro con il governo. A Renzi diamo il benvenuto nel club dei guardiani della ditta».

E se il leader dem vuole cercare un accordo parlamentare con Berlusconi e Grillo sulla legge elettorale, a palazzo Chigi consapevoli  della palude che ha impedito finora la riforma del Porcellum gli fanno gli auguri. La strada della convivenza non sarà in discesa, questo è certo. E tuttavia la chiusura della finestra elettorale di primavera impone ai due un qualche accordo di reciproco vantaggio. È quella che Francesco Sanna definisce con l’ossimoro di «stabilizzazione esigente», nel senso che Renzi non potrà far cadere il governo ma il premier dovrà tener conto del pungolo rappresentato dal rottamatore. «Renzi, spiega il lettiano Sanna, dovrà investire il capitale di consensi ricevuti e farlo fruttare in vista del 2015. In questo senso sarà cruciale un accordo con Letta».

Un patto tra i due è quello che a palazzo Chigi auspicano e considerano la strada più realistica, l’unica percorribile. Anche perché fuori dai confini premono i barbari Grillo e Berlusconi pronti a far saltare le istituzioni. Letta è molto preoccupato per gli attacchi forsennati di 5 Stelle e Forza Italia contro il Quirinale, la Consulta, il Parlamento. E lo dirà nel suo discorso di mercoledì. Anzi sarà proprio la battaglia contro la «deriva distruttiva ed estremistica» rappresentata dai populismi grillini e forzisti il terreno comune d’intesa che il premier intende proporre al sindaco di Firenze.

Al momento non si parla invece di rimpasto di governo. Persino i sottosegretari berlusconiani non saranno sostituiti. Fino a gennaio, almeno, non si toccherà nulla, in attesa che passi la Legge di stabilità. Poi si vedrà se Renzi intende reclamare maggiore spazio in una squadra disegnata su un Pd bersaniano che non c’è più. In realtà l’unico ministro che davvero rischia il posto è Annamaria Cancellieri, alla luce della vicenda Ligresti. Renzi, come si dice, ci ha messo la faccia sulla richiesta che il Guardasigilli faccia un passo indietro. E a palazzo Chigi rischiano presto di trovarsi in mezzo a un braccio di ferro tra il Quirinale (che difende Cancellieri) e il Pd sulla poltrona di via Arenula.

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