4 gennaio 2014

Se le «maggioranze variabili» complicano il patto di coalizione

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letta-alfanoNei prossimi giorni Enrico Letta incontrerà i partiti per una marcia di avvicinamento al patto di programma. Ma c’è chi sospetta che le proposte buttate sul tavolo da Renzi – dalle unioni civili alla Bossi-Fini – siano una mossa per complicare la strada verso il patto di programma, cioè quel momento di svolta del Governo che dovrebbe aiutarlo ad arrivare fino al 2015. Sta di fatto che si è innescato un muro contro muro con il partito di Alfano mentre cresce l’irritazione dei “lettiani” che con perfetto spirito democristiano soffrono in silenzio e pubblicamente dissimulano. La mossa del segretario Pd spariglia tutti i giochi perché un po’ apre a sinistra – unioni omosessuali e immigrazione – un po’ a destra – lavoro e superamento del 3% – mentre sulla legge elettorale apre a tutti. Una volta si chiamavano geometrie variabili e facevano saltare i Governi, oggi si aspetta di capire se davvero, come dice Maurizio Sacconi, «sia una tattica per boicottare l’Esecutivo oppure no». Per il presidente dei senatori del Ncd sarà chiaro nei prossimi giorni «quando si capirà se Renzi vuole un’intesa nella maggioranza sulla legge elettorale o guarderà altrove. E se imporrà i temi etici nel patto di programma. Sarebbe una provocazione alla quale reagiremo: non siamo cattolici “commerciali”, non negoziamo».

Insomma, il tema è chiaro: se tutti fino a un po’ dicevano che i due democristiani Letta e Alfano avrebbero cotto a fuoco lento Renzi, il leader del Pd alza la fiamma e cerca di scottare loro con il gioco delle maggioranze da cercare in Parlamento. «È chiaro che la scena è deflagrante se si guarda con occhi del passato, ma questo non è uno schema tattico, è arrivato il momento di fare e in fretta. Dalla legge elettorale al lavoro alle unioni omosessuali, perché aspettare? E perché rinunciare a fare solo a causa dei veti di Alfano o Giovannardi? Se non ci stanno, i voti si cercano altrove». A parlare è Roberto Giachetti, deputato vicino al leader Pd, convinto che un patto di programma si debba fare «ma solo se contiene cambiamenti di sostanza e non di facciata tanto per allungare la vita al Governo. Così il patto si complica? E allora non si farà».

Reduce da uno sciopero della fame proprio per protestare contro l’inconcludenza del Parlamento sulla legge elettorale, Roberto Giachetti si muove senza il passo felpato del deputato “lettiano” Marco Meloni che invece aspetta e non dispera. «Penso che sia giusto che il segretario Pd faccia le sue proposte, ma senza la pretesa di dettare l’agenda. Così come trovo sbagliato da parte di Alfano mettere subito dei veti. Si comincia da un punto di partenza sul quale il premier si impegnerà nel mediare e fare sintesi». Il fatto è che Meloni non è affatto convinto che la strategia di Renzi possa scardinare la maggioranza. «Sulla legge elettorale mi pare che il dialogo con Berlusconi o Grillo sia già al capolinea. Il Cavaliere chiede in cambio dell’accordo l’election day a primavera, Grillo vuole introdurre meccanismi proporzionali mentre Renzi vuole spingere sul maggioritario. Alla fine – dice tranquillo Meloni – le uniche intese che vanno avanti sono quelle costruite in una maggioranza di Governo».

Insomma, nell’entourage di Enrico Letta – come si è ascoltato dalle sue stesse dichiarazioni di ieri – non si drammatizza. Alla fine le unioni omosessuali non saranno nel patto che invece conterrà solo riforme istituzionali e dell’economia. Ma pure sul lavoro la strada non è così liscia. «Il jobs act di Renzi finora è solo un titolo ma vedo già delle stranezze. Cosa significa l’abbraccio di Landini della Fiom? E cosa vuole fare sulla rappresentanza?». Ma Sacconi come Meloni ripetono che a questo punto «serve il ruolo di mediazione di Letta». Un’invocazione alla quale Giachetti risponde con impazienza: «Questo Paese è morto di mediazioni».

 

 

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