11 gennaio 2014

Renzi tiene Letta sulla Corda. Poi scatta l’operazione disgelo.

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palazzo-chigi-facciataIl faccia a faccia slitta forse a oggi. Nardella attacca Saccomanni: meglio un politico.

Il primo atto di una giornata non propriamente distesa, per usare un eufemismo, va in onda sui canali telefonici riservati di buon mattino, quando Renzi fa sapere che se ne resterà a Firenze, senza scendere a Roma. Dove era atteso, oltre che al partito, anche a Palazzo Chigi. Tanto che a metà mattina le agenzie battono titoli di questo tenore, «al posto di Renzi arriva la Serracchiani». La quale poco dopo uscirà spiegando di aver incontrato il ministro Lupi.

Ma la scortesia, se così si può definire, di non voler vedere il premier pur se era stato fissato dai rispettivi sherpa un appuntamento di massima senza conferme sull’orario, ha più di una motivazione.
Una, a detta dei renziani, è che «a Matteo non piace fare la parte di quello che va alle consultazioni alla stregua delle altre delegazioni ricevute da Letta». Un’altra più maliziosa, raccolta in Transatlantico, è che un incontro con il premier in questa fase sancirebbe di fatto una sorta di patto che forse.rafforzerebbe troppo il governo. Fatto sta che in serata invece Renzi si sforza di accreditare un clima più disteso, con segnali diffusi urbi et orbi volti a dare il segnale di un appeseament, dopo una giornata travagliata, tra il premier e il suo partito. Quindi oggi Renzi calerà nella capitale e non si esclude che possa materializzarsi l’incontro con Letta per sciogliere il gelo. Anche perché da Firenze rimbalza la voce che gli ambasciatori sono pervicacemente all’opera, «di carne al fuoco ce n’è tanta ed è meglio vedersi». A complicare il tutto, prima della ripresa del dialogo tra i due leader, sembra sia stata anche l’interruzione di contatti diretti tra i due, causata dall’irritazione del premier per le ultime intemerate del rottamatore durante le festività.
Qualche ora prima, quando nel pomeriggio Renzi dice ai suoi che vedrà Letta solo dopo la Direzione di giovedì prossimo solo dopo aver ricevuto un mandato pieno del partito a trattare il «patto di governo» la  tensione è alle stelle. E non è certo un buon viatico la voce, che gira in Transatlantico, poi seccamente smentita con una nota, di un incontro già avvenuto tra Renzi e Berlusconi nei giorni scorsi.

Inutile dire che tutto questo agita i governisti di varia fede, «il massimo è se va da Berlusconi e non da Letta», chiosa Beppe Fioroni. Per non parlare dell’umor nero dei lettiani, «così non si va da nessuna parte», scuote la testa Marco Meloni. Scosso anche da quella che definisce «una provocazione» sulla legge elettorale ad opera di Dario Nardella: che può essere incasellata negli altri capitoli della guerriglia quotidiana, difficile da sostenere a lungo per un governo già indebolito dai pasticci di queste settimane.

Comunque sia, il leader va dritto a spron battuto con le sue accelerazioni su tutti i fronti, rincuorato dai sondaggi come quello di Demopolis diffuso ieri a Otto e Mezzo: che dà il partito in crescita al 32,8% e mostra che ora più di prima la gente è portata a scegliere il Pd perché guidato da Renzi. Ma nelle guerriglie spesso scappa pure qualche colpo non messo in conto. Il più rumoroso, lo lancia proprio Nardella: che non solo dice che «l’accordo sulla legge elettorale fra Renzi e Berlusconi non è lontano» e che «se serve a chiudere il segretario lo incontrerà». Ma si lascia sfuggire di buon mattino una battuta, «all’Economia meglio un politico che un tecnico», tradotta dalla,destra con «il Pd licenzia Saccomanni». Il contraccolpo è tale da obbligare il portavoce della segreteria Lorenzo Guerini ad una frenata ufficiale. Per chiarire che il Pd «non vuole un rimpasto» e che la questione «non esiste». Nardella in Transatlantico sorride con l’aria di chi ha voluto lanciare un segnale di questo tenore: se Letta sostituisse il ministro non sbaglierebbe, certo non chiediamo di metterci un nostro uomo, né ci mettiamo a trattare sulle poltrone.

No, invece ha fatto un passo falso, anche la tesi che serva un politico e non un tecnico è farina del suo sacco, dicono più tardi da Firenze, per non rovinare il tentativo di disgelo in atto.

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