15 febbraio 2014

Letta si dimette, consultazioni lampo

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lettaStavolta è stato davvero «l’ultimo giorno» del suo governo. Arriva proprio quando l’Istat certifica che anche in Italia la caduta del Pil si è arrestata e soprattutto Moody’s rivede il suo outlook che passa da negativo a stabile.
È la prima volta dopo lungo tempo che un’agenzia di rating non usa ilpollice verso. Peccato non poterlo commentare nel pieno delle sue funzioni, rivendicando il lavoro svolto in questi dieci mesi, durante i quali Enrico Letta ha spesso ripetuto che a parlare più che le «parole» devono essere i «fatti».

Il premier vuole assolvere a tutti gli impegni già calendarizzati, prima di salire al Colle: il vertice sui due marò, il Cipe, il Consiglio dei ministri, durato appena una ventina di minuti e durante il quale a fare il discorso di commiato è stato il vicepremier Angelino Alfano.
Il saluto con la squadra di governo è avvenuto dopo e con ogni singolo ministro. Di lì a poco lo attende al Quirinale il Capo dello Stato, dove si recherà con la sua auto così come aveva fatto nel giorno in cui Giorgio Napolitano gli aveva affidato l’incarico per la formazione del governo. Era i1 24 aprile; un tempo che appare lontanissimo, tanti e tali sono statigli avvenimenti che hanno riempito questi mesi.

Il presidente della Repubblica vuole chiudere la crisi rapidamente, per evitare il protrarsi dell’incertezza.
Anche Letta è d’accordo. Chi temeva o si auguravala possibilità di uno show down, di un passaggio parlamentare che certificasse la sfiducia, dovrà ricredersi.
Quel che gli premeva, il premier lo ha detto nella conferenza stampa di mercoledì, rimettendosi alla volontà del suo partito. E la decisione arrivata dalla Direzione del Pd non lasciava nessun margine. Letta ne ha preso atto e con lo stesso spirito di servizio con cui aveva accettato l’incarico, esce da Palazzo Chigi.
Il colloquio «affettuoso» con Napolitano è durato circa un’ora nella quale non saranno certamente mancate le letture di quanto avvenuto negli ultimi giorni. Dopodiché Letta rientra alla presidenza del Consiglio per un pranzo con i suoi collaboratori e i parlamentari più vicini: Anna Ascani, Paola De Micheli, Alessia Mosca, Marco Meloni, Francesco Russo. Pasta al pomodoro, spezzatino e birra per i saluti finali. Qualcuno si commuove, ma l’atmosfera viene descritta «serena». Aggettivo fin troppo abusato. «Enrico stai sereno», ironizzava un mese fa Matteo Renzi lasciando intendere che non era interessato alla poltrona di premier.

Come sono andate le cose è cronaca delle ultime ore. Letta tornerà alla sua «vita normale», spiegano le persone che più gli sono state vicine. E la normalità è stato forse il tratto carettarizzante della sua presidenza. Nessun fuoco d’artificio alla Berlusconi, ma neanche lo sguardo austero al limite della supponenza di Monti. Lo si è visto anche nel rapporto con gli alleati. Difficile ricordare «scontri», semmai difese (di Alfano e Cancellieri) o al massimo silenzi (Idem e De Girolamo). Ma questo low profile, non è una scelta ma è connaturale a Letta. «Ogni giorno come se fosse l’ultimo. Grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato», scrive su twitter annunciando le sue dimissioni prima di salire al Quirinale. I fotografi sono tutti per lui. L’ultimo scatto è per quel gesto della mano in segno di saluto accompagnato da un mezzo sorriso. Nel pomeriggio arrivala telefonata di stima delpresidente della Commissione Ue José Manuel Barroso, e quella di Barack Obama che gli ha espresso amicizia sincera e complimenti per il lavoro svolto al livello internazionale.

A Palazzo Chigi rientrerà solo per gli affari correnti, fino al passaggio della campanella che segnerà l’inizio del governo Renzi.

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