15 febbraio 2014

L’ex premier: “il risultato del nostro disprezzato lavoro”

Moodys_rating

Moodys_ratingNel giro di poche ore si è saputo che l’agenzia Moody’s, dopo una raffica di bocciature, ha riportato l’ outlook sull’Italia da negativo a stabile; e quanto al Pil nell’ultimo trimestre dell’anno è tornato positivo. Due risultati che è difficile disconnettere dall’azione del governo, tanto è vero che ieri sera Enrico Letta premier dimissionario già da alcune ore, ma ancora a Palazzo Chigi, commentava: «Proprio nel giorno in cui mi dimetto, una buona notizia, che è il frutto del nostro faticoso e così disprezzato lavoro.

Ne sono molto fiero, anche se confesso l’amarezza per il fatto che questo dato, assieme a quello del Pil siano usciti proprio nel giorno delle dimissioni: una cosa che fa rabbia».
La notizia della promozione di Moody’s gliela aveva portata il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, che entrando nello studio di Letta, gli aveva detto: «Presidente, ti porto una notizia che resterà nella memoria storica del Paese!». Effettivamente la «sentenza» dell’agenzia di rating fa riferimento alla diminuzione dei rischi del sistema finanziario italiano e al contenimento del debito.

Per il governo una nemesi simbolica, con un significato destinato a lasciare il segno, tanto più curioso perché il tutto è maturato al termine della giornata politicamente più nefasta per Enrico Letta: dopo la sfiducia espressa due giorni fa dal Pd, ieri il presidente del Consiglio è andato a dimettersi al Quirinale nelle mani del Capo dello Stato e nel corso delle ore successive attorno al capo del governo era andato crescendo l’isolamento da parte della nomenclatura domestica. Mentre curiosamente dall’estero si moltiplicavano i segnali di simpatia, culminati in una telefonata a Letta da parte del presidente americano Obama, che dal suo Air Force One ha chiamato il presidente del Consiglio per esprimergli e ribadirgli la sua simpatia personale e politica.
Una giornata che si è andata consumando in una curiosissima scissione tra «dentro» e «fuori». Come dimostrava anche un episodio minore. All’ora di pranzo, Enrico Letta aveva voluto invitare a Palazzo Chigi le persone a lui politicamente più vicine (i parlamentari Anna Ascani, Paola De Micheli, Alessia Mosca e Marco Meloni) riunite attorno ad uno stesso tavolo assieme a tutto lo staff del presidente del Consiglio. E così mentre le pietanze servite erano quelle di sempre per Letta i soliti spinaci lessi e pomodori attorno al presidente c’era più animazione del solito. Un’animazione effimera: in queste ultime 48 ore i parlamentari che sono passati a salutare personalmente il premier dimissionato sono stati pochi, poco più di una decina, la prova che la fama di Letta come uomo di potere va ridimensionata. Quantomeno dentro il Pd.

Una solitudine, quella di Letta, che ricorda quanto accadde attorno a Prodi nel 2008, negli ultimi mesi trascorsi a Palazzo Chigi. Costretto a dimettersi a gennaio, il Professore fu costretto a restare per il disbrigo degli affari correnti fino a maggio e, come racconta la sua portavoce Sandra Zampa, «quando finalmente venne il giorno del passaggio delle consegne con Berlusconi, in quelle ore amare accanto al Professore ricordo soltanto Pier Luigi Bersani, Tommaso Padoa Schioppa e Giulio Santagata». E anche il sottosegretario alla presidenza Enrico Letta. Che ieri ha telefonato ad un altro testimone di quella stagione: il convalescente Pier Luigi Bersani. Letta ha promesso di andarlo a trovare la prossima settimana.

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