26 febbraio 2014

Il ritorno dell’ex leader carica la minoranza: è solo un libro dei sogni

Fiducia_Camera

Fiducia_CameraTanti i dubbi. Epifani: dove trovai soldi? I si. con «riserva» di Fassina e dei civatiani

ROMA- Nel Pd lo votano tutti. Ma intanto lo criticano nei capannelli,scherzano sul «Malox» per placare i maldipancia, evocano il collasso del partito e dell’Italia… «Ciao Matteo, devo dirti che stai sbagliando. La nostra generazione sta andando al governo con una manovra di palazzo che neanche Mariano Rumor avrebbe fatto», esordisce in Aula Pippo Civati. Ed è l’annuncio di un voto di fiducia che arriva «per non sfasciare tutto, il Pd e anche il Paese».

La minoranza è spiazzata, smarrita, sgomenta. C’è chi parla con imbarazzo dell’esordio di Renzi e chi indirizza al leader «modesti e sommessi» consigli. Il senatore Paolo Corsini: «Invece di dedicare gran parte del suo tempo a twittare si applichi a studiare i dossier, così da evitare promesse fondate sulla retorica ritrita del sogno». Nel complesso i toni dei deputati sono meno acidi, eppure il tema tra gli onorevoli bersaniani, dalemiani, civatiani, bindiani e i pochi lettiani rimasti è sempre lo stesso. Dove pensa di scovare le coperture economiche? Lo dice Guglielmo Epifani, senza giri di parole: «I titoli di Renzi vanno tutti bene, nel merito però si è tenuto un po’ largo. Dove trova i soldi?». L’ex segretario spiega la freddezza di una parte del Pd con «le modalità della staffetta», eppure non vede alternative: «Su una cosa la sinistra del Pd è compatta, il governo deve andare avanti». Beppe Fioroni, che non vuole «morire socialista» e prepara l’attacco domani in direzione sull’ingresso nel Pse, discetta di quanto «povera» sia stata la replica di Renzi: «Si rivolge all’esterno, additando chi fa parte della classe politica come avversari». Cesare Damiano è preoccupato: «Manca completamente il sociale. E le pensioni? La riforma Fornero va cambiata».

Uno sconcerto che riguarda anche la tempistica della riforma elettorale. Stefano Fassina, già viceministro all’Economia, promette che il suo giudizio dipenderà solo dal merito dei provvedimenti: «Il mio voto di fiducia non è il conferimento di una delega in bianco». E più tardi in Aula, rivolto al premier: «Lei ha detto che se il suo governo fallirà sarà colpa sua. Parole coraggiose, ma non è così. Se perderemo la colpa sarà di tutto il Pd… Non lasceremo solo il governo perché la solitudine al comando non funziona». Eccolo, il fantasma contro il quale Bersani si era battuto e che ora ritorna, con forza, anche nelle parole di Massimo D’Alema: «Non è il mio modello. Ma ora c’è e dobbiamo aiutarlo».

Quando Bersani riappare a sorpresa in Transatlantico corrono ad abbracciarlo da sìnìstra e da destra. Renato Brunetta: «Ben tornato amico mio… Serviva qualcuno che venisse a smacchiare il giaguaro». Bersani parla della staffetta a Palazzo Chigi come di una «ferita da rimarginare» e denuncia la mancanza di umiltà del premier. Ma non strappa, anzi ricompatta la minoranza sul sì alla fiducia per non «lasciare solo» Renzi. Il ritorno del «capo» ha risvegliato gli animi, riacceso suggestioni e tentazioni.

Nei capannelli in Transatlantico c’è chi evoca il congresso e si prepara a chiedere a Renzi di rinunciare alla segreteria. E c’è anche chi si spinge più in là, fino a immaginare vecchie leadership che tornano nuove. «Fra tre mesi Letta riappare e organizza l’alternativa a Renzi…», sogna a occhi aperti un cattolico.

E il lettiano Marco Meloni, che ha votato per disciplina di partito: «Dov’è la svolta? Abbiamo
visto solo l’indeterminatezza assoluta del programma».
M.Gu.

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