18 marzo 2014

Lettiano doc dice che senso hanno nel Pd i diversamente renziani

scrivere-lettera

scrivere-lettera“Rancorosi? No. E’ solo che non si può accettare qualsiasi cosa”.  L’opposizione a Renzi spiegata dal consigliere dell’ex premier

Al direttore – “Attenzione, rischiate di apparire rancorosi”. Non volendo apparire quel che non sono, preda del “dolore sospeso” cantato dall’amato poeta, da settimane sorrido a tutti, persino a me stesso. Poi è entrata in Aula la legge elettorale, e col sorriso mi sono chiesto: quanto deve durare? Per quanto tempo chi è stato considerato “lettiano” non può esprimersi su nulla, perché rischierebbe l’accusa terribile: “Rancoroso”? L’editoriale di sabato del Foglio era riassumibile così, in romanesco: “Je rode”. Corollario: fatevene (Enrico, i suoi cari) una ragione. Superate il lutto e imparate a stare al mondo. Ottima occasione per chiarire.

Premessa: io parlo, agisco, voto, per me, per quel poco che conto e valgo. Seguo la legge elettorale da mesi, e ho presentato le mie proposte prima dell’estromissione di Enrico Letta dalla guida del governo. Il nostro dibattito pubblico è attraversato da un’onda manichea: o tutto è perfetto e immutabile, oppure si è “frenatori” contrapposti agli “spingitori” celebrati dal vostro Cerasa, vecchi arnesi che rallentano le riforme, armati di cacciaviti rotti. Con l’aggravante, nel caso “lettiano”, del rancore.

Il caso della legge elettorale è calzante: si occulti ogni aspetto critico, se ne celebri la capacità di “far partire il treno delle riforme”. Lasciando le celebrazioni a chi vi è più portato l’andazzo è questo: c’è chi sostiene la “ragion di stato” dell’accordo, “l’unico possibile”; c’è chi critica la legge, ma mai a viso aperto, bensì sottovoce, per non rischiare l’accusa di “fermare tutto”, le riforme, il governo, l’Italia, 80 euro in busta paga compresi. Tutto è contesto, il merito, il testo, non esiste più. Chi vota un emendamento cerca un pretesto, agisce per far “saltare tutto”, appunto. Correre? No, pigiare, ovvero votare qualsiasi cosa, fino al ridicolo di affermare che sì, siamo a favore di norme sul conflitto di interessi, ma votiamo contro; che certo, siamo contro le liste bloccate, ma ovviamente votiamo a favore. Mi sono detto: preferisco scendere.

Non posso, non voglio, accettare qualsiasi cosa, specie in una materia che segna il rapporto tra cittadini e istituzioni. Ma tutto questo agitarsi per “le preferenze”, direte voi? Non so se abbia ragione Macaluso quando sostiene che “la preferenza è la rivoluzione che rompe il berlusconismo e il grillismo”. Non so neppure se la preferenza (doppia di genere) sia il metodo migliore per evitare le liste bloccate e scegliere i parlamentari garantendo la parità di genere (ci sono i collegi uni o plurinominali, e in ogni caso le primarie per legge, indispensabili vista l’assenza di norme sui partiti). So però che la rappresentanza si ricostruisce riattivando il rapporto tra eletto ed elettore, istituzioni e corpi sociali locali. Così si spezza il populismo. Ora, se il governo è guidato dal capo del partito che vince le elezioni, il quale sceglie i parlamentari da mettere in lista, secondo voi si costruisce un rapporto equilibrato tra governo e Parlamento? I parlamentari risponderanno a chi li ha nominati o ai cittadini? Si ricostruisce così la rappresentanza?

La questione in fondo è semplice: dinanzi a una legge fondamentale come questa il parlamentare deve considerare il merito di quel che “spinge”. Questa legge non era votabile. “Ma da qui a pensare a un referendum!”, mi si dice: senza considerare il prevedibile intervento della Consulta, spero in una mobilitazione che richiami le Camere all’esigenza assoluta di cambiare la legge, lasciando ai cittadini il potere di scegliere i parlamentari, anziché riconsegnarlo come nel Porcellum ai capi partito. Lo stesso vale per il rilancio dell’economia e le politiche europee: bene le intenzioni, ma possiamo “leggere il prospetto informativo”, come ci suggerisce Ricolfi? Dobbiamo farlo, lasciando al suo ruolo la retorica, quella dell’ultima spiaggia per l’Italia come quella del “grande comune” che risolverebbe il problema storico del paese (la debolezza dello Stato), e considerando i fatti, “il testo”. Buone riforme e buone politiche sono nell’interesse dell’Italia, che viene prima di tutto. La paziente costruzione del futuro parte dall’ambizione della verità, che – ci ricordava un costruttore paziente di giustizia e democrazia, Aldo Moro – “è sempre illuminante”. E –  concludeva – “ci aiuta a essere coraggiosi”.

Marco Meloni, Deputato PD

 

 

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