23 dicembre 2014

Efficienza delle Istituzioni e qualità della democrazia: la riforma costituzionale

camera_deputati

Presidente, colleghi, rappresentante del Governo,

anzitutto alcune considerazioni preliminari. All’inizio di questa legislatura, probabilmente, avevamo ambizioni un po’ più alte: il 30 marzo del 2013 il Presidente della Repubblica costituì i Gruppi di lavoro, dei quali uno si occupava di riforme istituzionali, e, a seguito di quella iniziativa, venne avviato un processo di revisione costituzionale mediante il lavoro di una commissione incaricata di redigere un unico testo, da sottoporre, poi, all’esame parlamentare.

Poi, le difficoltà politiche e le responsabilità specifiche di una parte politica, quella guidata da Silvio Berlusconi, hanno interrotto quel processo. Però quelle esigenze erano ineludibili allora e lo sono ancora, a maggior ragione, ora.  Dunque, anche riprendendo quel lavoro preparatorio, è bene che il processo al quale stiamo prendendo parte sia effettivamente – e rapidamente – portato a compimento.

La seconda considerazione riguarda il punto di vista: dovremmo rifuggire tutti dalla tentazione di adottare una nostra posizione su questo processo di riforma a seconda della posizione che rivestiamo, anche in quest’Aula, in questo momento. Si è avuta, anche da parte mia, l’impressione che da un lato il Governo immagini che sia più giusto rafforzare l’Esecutivo, e dall’altro il Parlamento miri solo – o  quantomeno principalmente – alla difesa delle prerogative parlamentari.

In realtà – passo così alla prima considerazione di merito, che riguarda la forma di Governo e il sistema politico – dovremmo essere tutti capaci anzitutto di avere chiaro l’obiettivo, di avere chiara la prospettiva verso la quale tendere. Dunque, un sistema che quella commissione sulle riforme istituita dal Presidente Napolitano chiamava di parlamentarismo razionalizzato, e una democrazia decidente, basata su un principio comunque maggioritario (o proporzionale con premio di maggioranza, comunque capace di designare chiaramente un vincitore) nella legislazione elettorale, credo siano punti di partenza fondamentali.

Dobbiamo poi mirare ad avere un Governo più forte, perlomeno nella capacità di guidare l’organizzazione del processo legislativo, ed è bene quanto abbiamo approvato in materia; e dovremmo dunque puntare ad un Governo che possa essere definito responsabile della sua azione, in questo modo, bilanciato da un Parlamento ugualmente forte ed autorevole.

L’alternativa per cui alla patologia legata all’eccessiva forza dell’Esecutivo o alla ridotta democraticità del sistema si risponde con un indebolimento dell’Esecutivo medesimo produce due esiti entrambi poco desiderabili, secondo me: o l’incapacità di decidere oppure lo scaricarsi della necessità di decidere su altri elementi del sistema. Un esempio è una legge elettorale che prevedesse un eccessivo condizionamento delle forze politiche e di chi le guida sulla composizione del Parlamento. Non è un esempio che cito a caso, perché è la condizione nella quale siamo. Un altro esempio è legato al fatto che, forse, negli ultimi venti anni, il bicameralismo paritario è stato un bene per l’Italia, perché ha frenato la possibilità che un Governo, quando era guidato da una persona che aveva molte – chiamiamole così – situazioni soggettive complesse, che voleva risolvere attraverso “la legge che vale per tutti”, realizzasse una violenza sullo Stato di diritto e sulla legalità. Però, in quel caso, le patologie riguardavano il conflitto di interessi e il pluralismo dell’informazione, e non devono essere pagate con una inefficienza delle istituzioni, ovvero da tutti noi, nella capacità di riformare il nostro Paese.

In conclusione: sì al superamento del bicameralismo paritario, sì a una maggiore forza dell’Esecutivo, però è necessario che ci sia, come bilanciamento, una maggiore forza del Parlamento. Io credo che una maggiore forza del Parlamento derivi innanzitutto da una migliore legittimazione dei parlamentari, che devono essere scelti direttamente dai cittadini; ricordiamocelo quando affronteremo la legge elettorale. Credo che sia giusto, per tornare a un tema che abbiamo discusso nelle scorse settimane e che ridiscuteremo qui, che la legge elettorale sia passibile di giudizio di costituzionalità in prima battuta. Il principio deve valere anche per la prossima legge che approveremo in questo Parlamento, perché il rischio di fare una campagna elettorale con una legge che qualcuno definisce potenzialmente incostituzionale, o quello che poi venga dichiarata nuovamente tale, è un rischio altissimo per la nostra democrazia. Non parlo di cose che in Italia, nel nostro Parlamento, non possono avvenire, perché la legge che è stata approvata nel 2005 è stata dichiarata tale, e quella che abbiamo approvato qui, in prima battuta, contiene ancora troppi elementi dubbi.

Vi sono altri due punti di merito. Il primo sta sotto il titolo di “Europa” ed è richiamato nel dibattito che sviluppiamo in merito all’articolo 81. In tanti mi pare considerino le modifiche introdotte nella Carta costituzionale nel 2012 – quelle per cui l’indebitamento è condizionato agli effetti del ciclo economico e al verificarsi di eventi eccezionali – come se fossero l’adesione, non solo all’Unione europea, ma ad un certo tipo di Unione europea, quella fondata sull’austerità. Io penso esattamente il contrario. Anzitutto, dovremmo darci una disciplina della finanza pubblica anche per nostro conto: un Paese che viaggia tra il 130 e il 140 per cento di debito pubblico non può permettersi di gestire in maniera sconsiderata le proprie politiche di indebitamento, perché quelle politiche sono politiche che non riguardano solo la finanza pubblica, ma investono il rapporto intergenerazionale; così diceva Beniamino Andreatta l’11 ottobre del 1984, proprio nella Commissione per le riforme. E quelle scelte, quelle degli anni Ottanta, hanno costruito una montagna di debiti e un sistema pensionistico, per esempio, che paghiamo noi, che pagano la mia generazione e quelle più giovani. Non possiamo più permettercelo e, al contrario, dobbiamo capire che il rigore dei bilanci nazionali è la via per un’Europa federale, un’Europa che passi dall’unione monetaria a quella bancaria, a quella fiscale e poi a quella politica. Solo così, condividendo la sovranità sulle politiche economiche nazionali e, dunque, sui bilanci statali e costruendo un maggiore, un più forte e più grande, budget europeo, solo così sarà possibile costruire meccanismi di mutualizzazione degli strumenti di indebitamento e di investimento a livello europeo. Gli altri paesi possono scegliere se fare queste politiche espansive a livello nazionale o a livello europeo; noi no. Se provassimo a sforare il limite del deficit del 3 per cento e arrivassimo a quanto ci pare, noi saremo direttamente in Argentina. Non abbiamo alternative. Noi, dunque, dobbiamo essere i principali sostenitori di un’Europa federale, nel senso che ho definito. Questa è l’unica via per sconfiggere il populismo e, soprattutto, la miseria.

Il terzo punto riguarda i rapporti tra Stato e regioni, in relazione ad alcuni presidi essenziali del nostro welfare: il lavoro, la salute, le politiche sociali, il diritto allo studio. Abbiamo fatto bene, secondo me, a trasferire alla competenza statale le politiche attive del lavoro. Però credo sia necessario trovare forme innovative, rispetto al testo attuale, di attribuzione delle competenze tra Stato e regioni che consentano di individuare a livello statale i principi fondamentali rispetto alle politiche della salute, alle politiche sociali e del diritto allo studio, lasciando poi ai livelli territoriali l’organizzazione dei servizi.

In caso contrario faremmo pagare due volte ai cittadini delle regioni meno “attrezzate” il divario – così marcato in Italia – nella qualità istituzionale ed amministrativa, e anche nel benessere, tra le regioni; incidendo, dunque, in maniera troppo significativa e troppo dura sulla concreta ed effettiva tutela dei loro diritti.

In conclusione, in Commissione abbiamo svolto un dibattito molto utile e interessante. Colgo anche io l’occasione per ringraziare i due relatori, il presidente Sisto e il capogruppo Fiano, e tutti i colleghi che hanno dato vita a questo dibattito. Credo che a partire da oggi, nell’esame della riforma costituzionale qui in Aula, potremmo dimostrare a noi stessi e al Paese che, mentre sembra che non si riesca mai a fare nulla di così complesso e abbiamo impiegato molti decenni senza portare a termine un processo così ampio di riforma costituzionale, invece è possibile migliorare l’efficienza delle nostre istituzioni e la qualità della nostra democrazia. (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).