5 gennaio 2015

Diritto allo studio in Sardegna e in Italia

UNIVERSITA':A SAPIENZA PROTESTA CONTRO TEST E NUMERO CHIUSO

La Regione Autonoma della Sardegna ha aumentato (più che raddoppiato, per la precisione) la tassa regionale sul diritto allo studio universitario. Si tratta di una scelta apparentemente (anzi, effettivamente) insensata, in un momento nel quale le immatricolazioni all’università (che in Italia dovrebbero aumentare, siamo fanalino di coda in Europa per numero di laureati) diminuiscono drammaticamente, in Sardegna persino con maggiore intensità.

Però c’è una norma, l’articolo 18 comma 8 del decreto legislativo n. 68 del 2012 sul diritto allo studio (che attua la famigerata legge Gelmini), che recita: “Le regioni e le province autonome rideterminano l’importo della tassa per il diritto allo studio articolandolo in 3 fasce. La misura minima della fascia più bassa della tassa è fissata in 120 euro e si applica a coloro che presentano una condizione economica non superiore al livello minimo dell’indicatore di situazione economica equivalente corrispondente ai requisiti di eleggibilità per l’accesso ai LEP del diritto allo studio. I restanti valori della tassa minima sono fissati in 140 euro e 160 euro per coloro che presentano un indicatore di situazione economica equivalente rispettivamente superiore al livello minimo e al doppio del livello minimo previsto dai requisiti di eleggibilità per l’accesso ai LEP del diritto allo studio. Il livello massimo della tassa per il diritto allo studio è fissato in 200 euro. Qualora le Regioni e le province autonome non stabiliscano, entro il 30 giugno di ciascun anno, l’importo della tassa di ciascuna fascia, la stessa è dovuta nella misura di 140 euro.”

Dunque a me pare che la Regione abbia semplicemente applicato una legge, questa sì insensata. Paghiamo più tasse universitarie di (quasi) tutti i paesi europei (siamo al terzo posto), il diritto allo studio in Italia è vergognoso, ridicolo, indecoroso, con lo scandalo degli “aventi diritto non beneficiari”. Si tratta di una norma della Costituzione (l’art. 34) non attuata, non rispettata. Non prendiamocela con la Regione che attua una legge, prendiamocela con la legge. Prendiamocela con i continui definanziamenti del sistema dell’istruzione e della ricerca (in calo da oltre 20 anni, e del 20% solo dal 2008 al 2013, con timidi tentativi di ripresa in questa legislatura, ma siamo molto al di sotto di quanto sarebbe appena sufficiente). All’inizio della legislatura ho proposto – con poco successo, anche per la feroce ostilità delle Regioni e dei rettori – che il 20% della quota premiale (che in quanto premiale dovrebbe essere non indispensabile, poi purtroppo non è così) del fondo statale destinato alle università venisse indirizzata a un programma nazionale di diritto allo studio, così da far più che raddoppiare l’intervento statale (attualmente 150 milioni di euro). Ora ho proposto, in sede di riforma costituzionale, che la competenza sul diritto allo studio passi allo Stato, perlomeno per la definizione dei criteri generali di funzionamento del sistema, che poi può essere anche organizzato a livello regionale: spero che in Aula si possa affrontare in termini positivi il tema, perché questo presidio fondamentale del welfare non può dipendere dal livello di efficienza (e di risorse) delle Regioni,ma è un diritto per tutti i gli studenti italiani, ovunque risiedano e qualsiasi università frequentino. Il diritto allo studio, il disinvestimento sul sistema dell’istruzione, dell’università e della ricerca, il calo del numero dei diplomati che si iscrivono all’università, descrivono più di qualsiasi altro dato la perdita di fiducia nel futuro dell’Italia. Occorre semplicemente trovare molti soldi. E’ necessario farlo perché siamo dinanzi a un’emergenza assoluta. Ed è necessario cambiare politica, semplicemente adeguandoci a quanto fa il resto d’Europa: l’università deve costare poco tranne che per chi è benestante (come accade nel resto d’Europa con l’eccezione della Gran Bretagna), servono molti nuovi professori universitari e un welfare studentesco all’altezza di questo nome. Servono molti soldi, per arrivare a spendere almeno quanto la media UE (ci sono innumerevoli statistiche che dimostrano che siamo lontani, molto lontani, da questo obiettivo): troviamoli, con una quota fissa della spending review o del recupero dell’evasione, oppure ad esempio – vorrei presentare una proposta in materia – con un intervento che anche simbolicamente riattivi la mobilità e l’equità sociale, riportando la tassa di successione al livello degli altri Paesi civili e destinando per dieci anni tutte le risorse che ne dovessero derivare al sistema dell’istruzione. E’ una proposta troppo di sinistra? E’ certo una proposta di sinistra, ma soprattutto di buonsenso (peraltro queste politiche in Europa le realizzano anche governi conservatori, come è noto; solo in Italia la destra è stata rappresentata da un presidente del Consiglio ignorante e classista, che suggeriva di “produrre scarpe” anziché investire sulla ricerca, come se le due cose non fossero collegate, o che considerava assurdo che il “figlio dell’operaio volesse fare il dottore”).