29 settembre 2016

È di nuovo Renzirendum. Come salvare le riforme da Matteo Renzi

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Breve riepilogo delle puntate precedenti: seguendo i consigli di autorevoli consulenti (sarebbe bastato un po’ di buon senso), nelle scorse settimane il presidente del Consiglio Matteo Renzi affermava di non voler più “personalizzare” il referendum, riconoscendo l’errore commesso fino ad allora e affidando serenamente al giudizio dei cittadini italiani la scelta sulla riforma della Costituzione. Ci si sarebbe potuti aspettare, a quel punto, un governo (e un premier) impegnati prioritariamente a governare, i quali dunque, pur mantenendo ovviamente una posizione favorevole alla riforma, lasciassero agli attori del dibattito pubblico il confronto sul merito del quesito referendario.
La coerenza non è il suo forte, è noto: così negli ultimi giorni il premier/segretario ha avviato una imponente campagna elettorale, via radio, TV, web, organizzazione di Leopolde, tagli di nastri e immancabili promesse di mari e monti (e ponti…). Persino la data del referendum è legata al dichiarato tentativo di utilizzare la legge di stabilità come veicolo di propaganda.

Così il referendum è tornato ad essere, anziché una occasione di confronto civile tra punti di vista diversi e di unità profonda del Paese attorno alla Costituzione, un elemento di divisione, ricondotto a logiche di partito, di corrente, di fazione. Una rapida inversione a U che fa rivivere, oggi a Firenze, il 2 maggio scorso, quando Renzi – nella “prima” inaugurazione della campagna referendaria – rivendicò l’indubbio merito di far dividere, col referendum, “l’Italia in due”, precisando elegantemente che si trattava di “una partita che potrei anche vincere da solo”.

Il premier/segretario sovrappone la scelta referendaria al consenso sulla sua azione di governo, facendone sostanzialmente un referendum su di sé: un approccio non solo istituzionalmente criticabile ma anche – e soprattutto – pericoloso quanto agli effetti che può determinare sull’esito della consultazione. In un momento nel quale tale consenso è decisamente basso, ed emergono chiaramente le conseguenze di una politica economica profondamente sbagliata (in sintesi: più deficit per finanziare bonus a pioggia, senza alcun beneficio sulla crescita, Cirino Pomicino non avrebbe saputo far meglio), il rischio è che la propaganda renziana produca un solo effetto: portare tutti i cittadini che non apprezzano l’azione di governo a bocciare le riforme.

In altri termini, Matteo Renzi rischia di diventare il principale ostacolo alla vittoria del SI. Tanto più che la presunta disponibilità a modificare la legge elettorale – che potrebbe attenuare le perplessità di molti elettori, e che sarebbe necessaria principalmente per riconsegnare agli elettori la scelta dei parlamentari, e per evitare che il ballottaggio tra i due candidati premier trasformi la forma di governo – appare avvolta nella nebbia del calcolo e dell’opportunismo.

Chi, come me e molti altri, crede nell’opportunità di aggiornare la Costituzione, e considera questa riforma, pur imperfetta in diversi punti specifici, un importante passo in avanti verso una democrazia parlamentare più efficiente, nelle prossime settimane dovrà impegnarsi molto per spiegare agli italiani il contenuto di questo voto. Si tratta di una scelta che deve essere sottratta alla contingenza politica, per essere fondata, piuttosto, su un confronto civile che miri anzitutto ad affermare il valore della Costituzione – qualunque sia l’esito del referendum – quale elemento unificante della Nazione e fondamento della nostra democrazia repubblicana: perché ciò accada è necessario partire, anche tra i democratici, dalla dignità e dalla legittimità di posizioni differenti.

Se saremo capaci di spiegare a chiare lettere che le istituzioni e la Costituzione sono più importanti dello scontro politico del momento e che chi apprezza questa riforma può votare SI nonostante non apprezzi l’operato del premier e del governo – e dunque che siamo di fronte a un referendum, e non al Renzirendum voluto da Matteo Renzi – la scelta degli italiani potrà essere realmente legata al merito delle modifiche alla nostra Carta fondamentale, e il SI potrà tranquillamente prevalere.