28 marzo 2017

Le bugie di Renzi su conti pubblici e flessibilità: la sua ormai è una e-Fake-News

Foto tratta da lanazione.it

Da chi pretende di essere giudicato come uno statista, o vorrebbe tornare ad incarichi politici e istituzionali di vertice, ci si dovrebbe attendere, oltre al rispetto degli impegni assunti dinanzi ai cittadini, quello per la verità oggettiva dei fatti. Dopo aver dimostrato, nella sua carriera politica, di non avere certamente la prima qualità – gli impegni solenni di andare a Palazzo Chigi “solo passando dalle elezioni” e di “lasciare la politica” in caso di sconfitta al referendum non hanno bisogno di commenti – oggi Matteo Renzi conferma di non avere neppure la seconda.

Nella sua ultima e-Fake-News l’ex premier sostiene infatti che “i momenti in cui i conti sono peggiorati sono quelli dei governi Berlusconi, Monti e Letta”. Ovviamente non spiega come mai il governo Letta abbia ottenuto l’uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo aperta ai tempi di Berlusconi e invece ora dopo 1000 giorni di Renzi l’Italia sia nuovamente a rischio della stessa procedura di infrazione, con gli enormi costi finanziari e di credibilità che ne discenderebbero. Renzi forse non si rende conto che comparare anni di crisi economica globale (2011 o 2013) con quelli successivi di ripresa non è la dimostrazione che il Paese va meglio e i conti sono migliori, ma solo un trucchetto da quattro soldi che danneggia ulteriormente la sua già precaria credibilità.

La verità è semplice, ed è mostrata plasticamente dal Superindice dell’Istituto Bruno Leoni che combina PIL, disoccupazione, deficit, debito e saldo delle partite correnti. Col governo Letta il nostro paese era tornato nelle medie europee, e grazie alla credibilità riconquistata in anni durissimi e alla politica espansiva della BCE di Draghi si sono aperti importanti margini di flessibilità. Dal 2014, primo anno di Governo Renzi, l’Italia ha ripreso a divergere dal resto dell’Europa ed è tornata a fondo classifica: la flessibilità è stata destinata, anziché agli investimenti, a miliardi di mance e mancette prive di progressività e di effetti adeguati sulla crescita (che infatti è circa la metà della media UE nel 2015 e 2016), e non sono stati rispettati gli impegni assunti con l’UE sui conti pubblici. Questa, dati alla mano (sui quali sarà opportuno tornare sempre con maggior dettaglio), è l’eredità che ha lasciato all’Italia Matteo Renzi.