20 settembre 2018

HuffPost – Motori del cambiamento, la nostra missione per i giovani

FotoSdP - Consegna attestati

L’intervento di Marco Meloni, direttore di Scuola di Politiche, tratto da HuffPost pubbllicato il 13 settembre 2018

Sono trascorsi dieci anni dall’esplodere della crisi economica globale. A tracciare quel percorso c’è un simbolo, il fallimento di Lehman Brothers, il 15 settembre 2008.

Dietro, c’è qualcosa di più profondo, soprattutto per noi italiani: ci sono le storie di una “generazione perduta”, quella dei nati negli anni ’80 e nei primi anni ’90, che si sono trovati a navigare nell’incertezza, nel mondo del lavoro e nelle scelte di vita.

In questi dieci anni, sono state messe in discussione tutte le certezze delle società occidentali: la democrazia rappresentativa, il libero mercato, il progresso tecnologico, l’autorevolezza della scienza, il multilateralismo, l’integrazione europea. La stessa nozione di Occidente, per completare il quadro.

Nuovi attori hanno conquistato la scena.

Sul versante esterno, l’economia asiatica e la demografia africana.

Sul versante interno, forze che si autodefiniscono “di cambiamento”. Oggi i nuovi attori alimentano e interpretano il desiderio di fasce ampie della popolazione di accorciare le distanze tra opinioni individuali e decisione politica. Avanzano soluzioni che sembrano assurde e incomprensibili a ciò che viene genericamente individuato come “establishment”, considerando come tale i meccanismi di potere e di decisione “tecnocratici” che hanno fondato il governo delle nostre società da molti decenni.

In questi anni, è cambiato anche lo spazio della politica. Sembra ridursi il ruolo delle agenzie di formazione delle idee, anch’esse coinvolte nel “ritiro” della delega da parte dei cittadini.

Tutto questo riguarda intimamente la Scuola di Politiche, un’istituzione che ambisce a formare i giovani, sia da un punto di vista professionale sia come attori delle politiche pubbliche. Credo che la nostra avventura, alle soglie del quarto anno di attività di formazione di giovani dai 18 ai 25 anni – sono ormai circa 500! –, debba chiedersi come reagire. Ci sono tre risposte: ignorare, denigrare, provare a capire.

Le prime due reazioni sono le più scontate e le più diffuse.

Prendiamo il contrasto verso i cosiddetti “populisti”. Nella nostra epoca l’unica “valuta” possibile del dibattito pubblico sembra essere la violenza delle opinioni in cui l’avversario politico è ridotto a una caricatura su cui elaborare nomignoli. La vocazione politica è davvero questo? Così, la “democrazia della discussione” diventa un’interminabile, e inconcludente, “democrazia dell’insulto” reciproco. Un esercizio che rischia di essere inutile sia nella costruzione della coesione sociale sia nella capacità di governo. A questo sfilacciamento non sono affatto estranee le classi dirigenti. Così, che si pensi agli Stati Uniti o all’Italia, vi è chi, come i liberali un secolo fa o gli azionisti 70 anni fa, ritiene di avere il diritto di essere scelto dei cittadini in base a una qualche investitura perenne. Una sorta di “nobiltà democratica” in base alla quale governare somiglierebbe a un diritto. Eppure, l’attuale variante della “aristocrazia del talento” dei Padri Fondatori rischia di trasformarsi in una patetica autocertificazione.

Noi crediamo, invece, che si debba percorrere con convinzione il terzo sentiero, quello meno battuto. Non per ragioni opportunistiche, ma per non perdere la capacità di incidere sul presente. La nostra è una Scuola di politiche. Non è legata ai partiti, ma intende affrontare a viso aperto le giuste domande politiche, per provare a dare le risposte adeguate.

Per questo abbiamo intitolato la Summer school della Sdp, che comincia oggi a Cesenatico, “Il moto irresistibile della storia”. Lo abbiamo fatto mutuando le parole – e il metodo – con il quale Aldo Moro parlava dei “fatti del ’68” ai suoi compagni di partito, democratici cristiani le cui idee, i cui valori, il cui stesso potere, erano fortemente contestati dai movimenti in atto in quell’anno decisivo. Nonostante emergano “la violenza talvolta, una confusione a un tempo inquietante e paralizzante”, affermava Moro, c’è qualcosa di più grande di fronte a cui ci di deve inchinare. Queste le sue parole: “Nel profondo, è una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia. Di contro a sconcertanti e, forse, transitorie esperienze c’è quello che solo vale ed al quale bisogna inchinarsi, un modo nuovo di essere nella condizione umana”.

I problemi attuali sono assai differenti, si dirà. È vero. Così come è vero che le ragioni di fondo del ’68 apparivano “positive”. Anche se percepite come tali certamente più da movimenti e pensatori lontani persino dalla sinistra tradizionale, figuriamoci dai conservatori o dal “potere”, si trattava di istanze “progressiste”, vocate a liberare l’uomo e promuovere l’eguaglianza e i diritti. Il giudizio di valore ora può anche essere l’opposto, ma il punto è il medesimo: rifiutare l’indifferenza, stare dentro il moto della storia, comprendere cosa vogliono le persone quando decidono, quando votano.

In questo contesto, quali compiti per le forze politiche che vogliono “quadrare il cerchio” tra benessere economico, coesione sociale e libertà politica?

Per rispondere si deve partire da un’altra domanda: in Europa le istituzioni pubbliche, negli ultimi decenni, hanno reso migliore o peggiore la vita delle persone? Il discorso sarebbe lungo, ma nessuno può autoassolversi. Beppe Berta, uno dei pilastri della Scuola di politiche, rileggendo ieri il libro di Adam Tooze sul “Fatto Quotidiano”, osserva come lo storico britannico ci ricorda che “l’Unione europea si comportò ben peggio del governo Obama nel gestire la crisi”, nella prontezza come nella coerenza delle politiche. Questi dieci anni ci consegnano il risultato di questa sconfitta, che si esprime nella forma delle divisioni sempre più forti della nostra società.

Se in Europa e in Italia il centrosinistra si è impegnato in una lotta fratricida e non trova le ragioni del suo progetto è perché non ha cambiato le cose sufficientemente per aiutare chi è indietro, aderendo al mantra della supremazia del mercato senza difendere chi, nella competizione talvolta sfrenata, trova non opportunità bensì sconfitte, marginalità ed esclusione. Le nostre società e le nostre istituzioni abbisognano di cura, di pazienza, di tenacia. E di una profonda vocazione al cambiamento.

Allora, anche per le forze politiche che sono state investite da una drammatica emorragia di consensi, non è sufficiente la retorica del “tornare tra la gente”. Occorre avere un pensiero, definire una funzione, darsi un’agenda politica di priorità. Il tema è enorme, ma perlomeno partiamo dalla consapevolezza che, in questo tempo, sono fortemente in discussione i diritti essenziali della persona – l’istruzione, la salute, la casa – e che da questi occorre ripartire. Un compito per la politica e per la società.

L’essenza del nostro impegno sarà sempre più proprio questo: dare al Paese centinaia di ragazze e ragazzi capaci di “fare la differenza” ed essere “motori del cambiamento”, in connessione con le tante realtà che agiscono per sostenere e innovare lo stato sociale su istruzione, salute, diritti. “Ripartire dal basso” non significa scattare foto in qualche periferia, ma vivere quelle realtà e trovare insieme un nuovo orizzonte politico, attraverso una cassetta degli attrezzi sulle politiche pubbliche e una vera passione politica, che è presente in tantissimi giovani italiani.

E, per chi vuole farlo interpretando valori di eguaglianza, libertà e giustizia, significa dialogare con “tutti” i cittadini, facendo alleanze politiche e sociali per promuovere quei valori. Occorre riconnettere storie, percorsi, rappresentanze sociali e culturali che uno tsunami rabbioso, breve ma profondamente dannoso ha tentato, con un certo successo, di distruggere. Per fortuna c’è qualcosa di più forte dei distruttori: sono i valori fondanti della nostra democrazia, le mille energie e competenze diffuse, l’energia e la passione delle giovani generazioni. Chi ha passione per la formazione dei giovani e per la politica ha il compito di raccogliere queste energie positive e di farle prevalere nel confronto pubblico e tra i cittadini. Noi ci proviamo.